16 giugno 2017

Natalia Ginzburg. Il pericolo di truffare con le parole

Natalia Ginzburg. Illustrazione di Filomena Oppido

E, badate, non è che uno possa sperare di consolarsi della sua tristezza scrivendo. Uno non può illudersi di farsi accarezzare e cullare dal suo proprio mestiere. Ci sono state nella mia vita delle interminabili domeniche desolate e deserte, in cui desideravo ardentemente scrivere qualche cosa per consolarmi della solitudine e della noia, per essere blandita e cullata da frasi e parole. Ma non c’è stato verso che mi riuscisse di scrivere un rigo. Il mio mestiere allora m’ha sempre respinta, non ha voluto saperne di me. Perché questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago. Non è una compagnia. Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lacrime e stringere i denti e asciugare il sangue delle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede. Allora anche ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre. Ma vuol essere lui a comandare e si rifiuta di darci retta quando abbiamo bisogno di lui. Del resto non potrei neppure immaginare la mia vita senza questo mestiere. C’è stato sempre, mai neppure per un momento m’ha lasciata, e quando lo credevo addormentato, pure il suo occhio vigile e splendente mi guardava. Ma come mestiere non è uno scherzo. C’è sempre il pericolo di mettersi a un tratto a cantare e a civettare. Io ho sempre una voglia matta di mettermi a cantare, devo stare molto attenta a non farlo. E c’è il pericolo di truffare con le parole che non esistono davvero in noi, che abbiamo pescato su a caso fuori di noi e che mettiamo fuori con destrezza perché siamo diventati piuttosto furbi. C’è il pericolo di fare i furbi e truffare. E’ un mestiere abbastanza difficile, lo vedete, ma è il più bello che ci sia al mondo.


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