8 maggio 2017

Conversazione con Marino Magliani sulla scrittura e altre cose

Marino Magliani negli anni Ottanta

Marino Magliani ha scritto una serie di libri tra cui Quella notte a Dolcedo, Il collezionista di tempo e L'estate dopo Marengo (sono quelli che ho letto io). 
Da poco è uscito L’esilio dei moscerini giapponesi (Exòrma edizioni), libro che ho trovato bellissimo e di cui scriverò in un altro pezzo. 
In questi giorni ci siamo scritti per ragionare sull'eventualità di una sua traduzione in francese ed è stata anche l'occasione per parlare della sua scrittura.
Una conversazione che fa venire voglia di stare in una trattoria ligure a mangiare coniglio alle olive, bere Vermentino e raccontarsela per delle ore.


- Come nascono le tue storie? Qual è l’origine dei tuoi romanzi?

Ne ho scritti parecchi, Gessica, e ognuno credo abbia la sua genesi, spesso sento parlare di necessità, ecco, questo no, forse tranne che per Esilio, l'ultimo mio romanzo, non ho mai sentito la necessità di scrivere quelle storie, proprio quelle e non altre, di scrivere però sì. E a volte volte cominciavo e non sapevo più dove finivo, senza la minima scaletta, anche se qui parlo di tanto fa, e ora - e un po' mi spiace aver perso quella indisciplina - seguo percorsi più studiati. C'è qualcosa di più gelido. 
Ma almeno un paio di romanzi so come e dove sono nati, sono nati in campagna, passeggiando, guardando la luce negli uliveti. E un altro paio - ti scandalizzerò - guardando un programma televisivo, un documentario sul Perù, e uno sui Mammut che hanno vissuto nelle steppe. Alcune storie poi le sentivo da bambino in carruggio, storie di partigiani, di tradimenti. Sono le cose che ti restano.

- Alcuni dei tuoi romanzi si possono definire storici. Come hai lavorato in quei casi, come hai raccolto le varie informazioni e come le hai intrecciate ad una vicenda narrativa?

Storici sì, ma i cui io narranti, come per L'estate dopo Marengo, sono personaggi che non <<conoscono>>  nulla o poco. Nel caso di Marengo, ad esempio, sono disertori  che vagano prima nel basso Piemonte e poi in Liguria, di valle in valle, senza peraltro sapere se quella terra è ormai dei Piemontesi o di Genova o se può aversela ripresa Napoleone. Tanto per approfondire l'esempio di Marengo, sono un lettore di Baudelaire, e mi chiedevo da dove venisse l'hascisc che si consumava in quel tempo in Francia, e così venni a sapere che mezzo secolo prima l'avevano portato in Francia e in Europa i reduci della campagna delle Piramidi. E lì è nata la storia dei primi narcotrafficanti moderni.

- Tu scrivi in italiano, vivi in Olanda e traduci dallo spagnolo. Quale influenza ha questa molteplicità linguistica nel tuo lavoro di scrittore?

Vivo in Olanda ma non frequento la comunità di scrittori olandese, tanto più ora che ha chiuso la libreria Bonardi. Quanto alla lingua olandese devo dire che non ha nessuna influenza sulla mia scrittura, e lo stesso vale per lo spagnolo, che traduco solitamente durante i mesi <<liguri>>, perché in Liguria non scrivo. Forse ha una vera e propria influenza il dialetto ligure, del resto è la prima lingua che ho imparato, essendo andato in prima elementare che non sapevo una parola di italiano.

- Il tuo ultimo romanzo, L’esilio dei moscerini giapponesi, ha un carattere intimo, personale. In questo caso ho notato una scrittura più frammentata, meno convenzionale e soprattutto molto interessante. L’impressione è che le scene si susseguano spontaneamente, seguendo il filo dei ricordi. Come hai concepito questo libro?

Per tanto tempo ho scritto storie seguendo l'ondata dei multipiani liguri. Potrei dire che qualche retaggio è rimasto? No, in Esilio l'io narrante non vuole portare il lettore per un sentiero ordinato e cronologico, ma in una specie di buio, di sacca buia dalla quale egli estrae i pezzi, senza dire no, questo vien dopo, ora c'è ancora il bambino quando era bambino... Per far questo posso dire di aver riscritto Esilio almeno cinquanta volte, e di aver provato ogni incastro possibile, che in fin dei conti non significherebbe nulla, e in effetti non significa nulla. Però ecco, cosa posso dire, una cosa che forse merita condividerla: prima era un tipo di libro, erano pagine dove vivevano scrittori, libri, traduttori, era un tipo di mare troppo salato, ma dopo i dialoghi telefonici con l'editor, Fabio Donalisio, questa cosa dell'acqua salata è evaporata, e sulle pagine, ogni tanto, sono rimasti cristalli di sale. E sono grato all'editor per i consigli.

- Alla fine del romanzo, accennando al tuo scambio di lettere con Antonio Tabucchi, fai riferimento al fatto di essere un esule. Secondo te il fatto di vivere lontano dall’Italia ha un’influenza sulla tua scrittura?

Secondo me sì, specie in romanzi come Esilio, che è un libro molto geografico, dove tutto si gioca attraverso appunto questa sensazione che mi appartiene di entrare in Italia come un clandestino e uscirne dopo un mese o due o tre come un espulso. L'esercizio dell'occhio e di usarlo come un telescopio, se uno è ciò che vede, così dicono, e uno è ciò che scrive...

- Tornando a Tabucchi, ricordi qualche suo consiglio, suggerimento o pensiero, sulla scrittura?

Uno sicuramente. C'è un romanzo al quale sto ancora lavorando da anni, che quando lo lesse lui superava le 400 pagine e ora è sceso a 150. E mi scriveva: la dieta, fagli fare la dieta. Sottrarre dunque. 

- L’esilio dei moscerini giapponesi è stato pubblicato da Exorma Edizioni. I tuoi precedenti romanzi sono usciti per diversi editori, Sironi, Longanesi, Instar… Com’è il tuo rapporto con gli editori, considerando appunto che vivi fuori dall’Italia? 

Dicono che quando cambi spesso editore c'è qualcosa che non funziona, ma a volte non è così, come per i calciatori, puoi aver avuto un buon rapporto con allenatore e presidente e passare altrove, essere usato come pedina di scambio. Personalmente ho un buon ricordo di tutte le case. Poi certo, con alcuni, come con Michele Toniolo di Amos, si è instaurato qualcosa di diverso, l'editore diventa un amico, come Fusta per cui, assieme a Stefano Costa, curo una collana di narrativa che si chiama Bassastagione e pubblica i racconti inediti in Italia di Emanuel Bove, tradotti da Claudio Panella, o i racconti di Matteo Meschiari, e gli oggetti sul mito di Riccardo Ferrazzi. Il fatto poi di non vivere in Italia devo dire che non ha peggiorato o migliorato il mio rapporto con gli editori, visto che da almeno quasi quarant'anni non so cosa significhi vivere sempre in Italia e non posso sapere cosa sarebbe successo a convivere nello stesso Paese col tuo editore.

- Infine, con un occhio esterno, secondo te c’è un filo comune, qualcosa che caratterizza la narrativa contemporanea italiana, in relazione per esempio a quella olandese o spagnola?

È la risposta alla quale non vorrei rispondere perché mi tocca ammettere che non seguo per nulla la narrativa olandese. C'è stato un tempo sì, che frequentavo narratori e traduttori olandesi, che venivo tradotto e pubblicato da case ben più grandi di quelle che mi pubblicano in Italia, ma poi non so, davvero senza motivo, è come se avessi tirato la tendina e al chiedermi che tempo fa fuori posso dirti non so, vediamo, ma informarsi sulla produzione letteraria in una lingua e di una nazione, anche se piccola, ma piena di lettori, non è come guardar fuori dalla vetrata. Non c'è un motivo, ripeto, mi è capitato anni fa di consigliare narratori olandesi a case italiane e in qualche caso di riuscire a farli tradurre, come mi è capitato di riuscire a far tradurre cose in olandese, e altre, che forse meritano parecchio di non riuscirci. Forse gli olandesi ed io, in fatto di letteratura abbiamo gusti diversi? La narrativa ispanoamericana invece è un universo, e mi affascina, la seguo, seguo specie gli  autori dimenticati e fuori diritti, come fa l'archeologo, sempre pronto a scoprire il romanzo incredibile mai tradotto da noi, come Ultima rumba all'Avana, del cubano Fernando Velázquez Medina, o il Paco Yunque di Cesar Vallejo. Ma la domanda era un'atra, non so se esiste un filo comune, ad esempio tra la narrativa olandese e la nostra, e se esiste io questo filo non lo conosco. 

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