5 maggio 2017

Cari mostri, paure e Stefano Benni

Stefano Benni

In occasione della pubblicazione della traduzione francese di Cari mostri di Stefano Benni, l'Istituto italiano di cultura di Marsiglia ha organizzato un incontro con Benni e la sua traduttrice Marguerite Pozzoli.
Questo libro in Italia è uscito cinque anni fa, per Benni si è trattato di una presentazione atipica, ha detto. Di solito le presentazioni si fanno subito dopo che il libro è stato scritto, poi è come se sparisse, rimane vivo solo per chi lo legge, anche a distanza di anni.
Cari mostri è una raccolta di racconti sulla paura.
Quando ha cominciato a scriverlo stava riflettendo sul fatto che a volte le paure ci sono imposte dai giornali, dalla televisione. 
Tempo fa per esempio si parlava molto del danno per la salute causato dai telefoni cellulari. Si è trattato di una paura durata per un breve periodo, ma in quel momento sembrava tremenda.
Nello scrivere il libro Benni voleva affermare il diritto delle paure personali. Non possono essere i media ad imporci le paure, siamo noi a dover decidere di che cosa avere paura.
Dobbiamo avere il diritto di provare paura, dobbiamo poter provare serenamente le nostre angosce, esteriorizzarle. A quel punto i mostri possono perfino diventare amici.
In effetti la parola mostri, ha spiegato Benni, rimanda al termine latino monstrum, inteso come prodigio, ciò che spaventa, che sorprende, al limite anche in senso positivo.
In Cari mostri ogni racconto affronta una paura differente, e una persona del pubblico ha domandato a Benni quale fosse la sua paura più grossa. 
Che succeda qualcosa di male alle persone a cui vuole bene.
Ma anche diventare un vecchio cattivo, di quelli che urlano per la strada e prendono a bastonate le macchine.

Dopo l'incontro, l'Istituto italiano di cultura ha offerto qualcosa da bere, ma la mia amica S. e io siamo partite subito, con noi c'era I. che urlava dal sonno. 
Quindi sono tornata a casa e ho trovato O. in pigiama, ancora sveglio. Non dormiva perché aveva paura.
Di cosa, gli ho chiesto. 
Che ero fuori senza di lui.
Mi sono messa nel suo letto, e mentre O. chiudeva gli occhi pensavo che la prima volta che sono andata all'Istituto italiano di cultura di Marsiglia O. abitava dentro la mia pancia.

Nessun commento: