23 aprile 2017

Ricordi e il tempo nel romanzo


Ieri pomeriggio parlavo con Claudio Salvi della Liguria. 
I bagni Stella, i bagni La perla, i piano bar sull'Aurelia, il conogelato dopo cena, le bancarelle con i tatuaggi finti, le trofie al pesto, le chiese scure e le spiagge strette. Cose bellissime e un po' orrende, a seconda se pensate nel passato o nel presente.
E dopo ho riletto i pensieri di Walter Benjamin nelle sue Considerazioni sull'opera di Nikolaj Leskov.



"Nessuno, dice Pascal, muore così povero da non lasciare nulla in eredità. Ciò vale anche per i ricordi - solo che essi non sempre trovano un erede. Il romanziere accoglie questa eredità, e di rado senza profonda malinconia. [...] Dobbiamo il chiarimento più importante, su questo aspetto della questione, a György Lukács, che ha visto nel romanzo "la forma dell'espatriazione trascendentale". D'altra parte il romanzo, secondo Lukács, è la sola forma che accolga il tempo nella serie dei suoi principî costitutivi.
"Il tempo, si dice nella Teoria del romanzo, può diventare costitutivo solo quando è cessato il rapporto con la patria trascendentale. Solo nel romanzo si separano significato e vita, e quindi l'essenziale e il temporale; e si potrebbe dire che l'intera trama interiore del romanzo non è altro che una lotta contro la potenza del tempo... E da questa lotta... emergono le esperienze schiettamente epiche del tempo: la speranza e il ricordo... Solo che nel romanzo... appare un ricordo creativo, che investe l'oggetto e lo trasforma".


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