21 marzo 2017

Sulla poesia, con Valentina Maìni

Valentina Maìni

In questa Giornata Mondiale della Poesia il Cantiere ospita la poesia di Valentina Maìni con alcuni scritti tratti dalla raccolta Casa rotta (Arcipelago Itaca Edizioni) e una conversazione  con l'autrice sulla scrittura poetica.


Papà fa suono elettrico di vetro
rotto il laccio – poverina, a tre anni appena,
sarà cresciuta misera, nell’angolo del lavatoio
dove le vecchie si trascinano
dove i grandi giocano a fare fuoco
- sapete, i panni lerci 
non si asciugano nemmeno
con il sole.





- Valentina, come ti viene in mente una poesia? Vedi qualcosa, ti ricordi di un momento, un sentimento…?
Credo di seguire più che altro una traccia ritmica che emerge all’improvviso nella mia testa. In un certo senso, mi sembra a volte che le parole siano una specie di “riempitivo”, qualcosa che serve a dar voce concreta a quel movimento di accenti, pause, intensità, altrimenti invisibile. Poi ci sono poesie che partono da una frase che ho sentito al mercato o che mi viene in mente, magari prima di andare a dormire.

- Per scrivere una poesia ti siedi al tavolo e pensi, ora scrivo una poesia che ho in mente, o è qualcosa che capita, indipendentemente dal tuo ragionamento? Come accade?
No, capita, e di solito nelle situazioni più scomode. Non potrei mai prendermi un giorno libero, sedermi davanti a un computer e dirmi: scrivi, anzi solitamente la poesia emerge nei momenti densi, pieni di vita. Ho scritto questo libro durante un trasloco da Bologna a Parigi, per lo più in strada, nelle biblioteche, al bar, mentre visitavo una casa, sul cellulare. Mandavo messaggi assurdi con versi di poesie che non volevo dimenticare ai miei amici, dando poi la colpa al t9 o a una qualche ubriacatura della sera prima. Avevo decine di fogli, pezzi di giornale, quaderni dove appuntavo versi isolati, inizi, testi completi, disegnini che poi ricomponevo davanti al computer. Credo che per scrivere poesie si debba essere estremamente pronti, ricettivi, è un po’ come acchiappare le farfalle. Poi ovviamente serve un lavoro diciamo di post-produzione, di montaggio, in cui si ricompongono tutti i frammenti raccolti e si ascolta attentamente, per capire cosa togliere, cosa aggiungere, cosa è necessario e cosa no. Il computer è per me il luogo adatto per questo momento della stesura, mi dà un’immagine pulita, oggettiva, di ciò che ho davanti, forse mi aiuta il fatto che la scrittura non sia la mia, ma elettronica, fredda, altrui.



La bambina ha trent’anni ne dimostra
meno. A seconda del criterio dell’angolazione cresce
torna al nero, al bianco, la luce universale
non funziona, il discrimine del buono, del giusto, dell’umano
tutto uguale invece, nessuna gabbia, non sgrida più
morta la siepe.


- Quando hai scritto le poesie singolarmente avevi già l'idea di raccoglierle in libro? Hai seguito un filo, oppure ogni pezzo è nato per conto proprio?
La nascita di queste poesie ha stupito me per prima, perché fino ad allora ogni verso che scrivevo mi sembrava da buttare. Poi è successo qualcosa e queste poesie sono uscite fuori come un fiume, molto velocemente, all’inizio non avevo idea di dove mi avrebbero portato, poi ho capito che giravano tutte intorno a uno stesso fuoco e ho deciso di costruire una casa.

- Alla fine come hai organizzato il libro? Come hai sistemato le poesie una dopo l'altra, quale criterio hai usato?
Il libro è diviso in due parti da una poesia di confine che separa uno spazio integro e soffocante da uno spazio rotto, in cui iniziare a muoversi più liberamente. Questa divisione è stata fatta a posteriori, quando ho avuto di fronte a me tutte le poesie e ho capito che avrei potuto costruire un percorso, un movimento interno al libro. Nella prima parte è quindi lo spazio della casa a dominare, uno spazio claustrofobico in cui il soggetto o i soggetti dimostrano una volontà di chiusura, di introspezione: anche nei rapporti con gli altri, restano comunque trincerati, protetti. La parte centrale – che poi è una sola poesia dentro una parentesi – è il punto di passaggio in cui il soggetto comincia a spiare questa casa dall’esterno (“io vi ho visti”), ad allontanarsi: è un soggetto che si mette a lato e osserva, non è solo protagonista ignaro, in balìa. Nell’ultima parte ci si comincia a muovere, a incontrare gli altri: si tratta della rottura di una dimensione esclusivamente privata e dell’entrata in un universo collettivo, politico, in cui ci si ritrova a fatica, ma che si tenta di comprendere, persino amare. Credo che il movimento implicito alla raccolta sia quello della metamorfosi o meglio dello sradicamento, della liberazione da una storia familiare e dalle sue radici imposte. 


- Tu scrivi anche narrativa. Tuoi racconti sono stati pubblicati su Effe, Cattedrale (che altro?). Che cosa cambia, per te, nella scrittura di un racconto e di una poesia?
Mi sembra che scrivere poesia sia un esercizio più passivo, di ascolto, meno dipendente da un progetto o dalla propria volontà. In questo senso, la parte attiva è limitata secondo me alla fase di asciugatura e di composizione ritmica, per cui bisogna avere un certo orecchio, magari aver studiato musica o comunque averne macinata parecchia in una qualche forma. È indispensabile anche il dono della leggerezza, saper rubare dagli alchimisti per riuscire a trasformare ciò che è pesante in una forma più aerea, quasi inconsistente, almeno questo è quello che ricerco io quando scrivo. Arrivare a una forma semplice senza per forza eliminare l’oscurità di un verso, di un passaggio. Certo anche per la prosa queste doti servono, ma mi pare sia indispensabile una buona capacità logica e narrativa, un senso spiccato del tempo, perché intorno a un nucleo, diciamo così, ‘ispirato’ si deve saper costruire una struttura, un universo coeso che cammini lungo una linea temporale credibile o anche incredibile, ma in ogni caso con una sua coerenza. Bisogna far succedere le cose, avere la capacità di creare l’intrigo, il conflitto. Puoi avere in mente un’immagine o un finale, ma devi lavorare per costruire attorno a questa briciola un universo, un ingranaggio privo di inceppi e con un certo ritmo, una certa atmosfera. È un’arte più pesante, più analitica, più umana. Secondo me è la struttura che fa grande un libro di prosa. E poi per scrivere prosa, soprattutto romanzi, intendo, bisogna anche accettare che alcune pagine siano funzionali, ovvero non particolarmente belle, ma utili allo sviluppo della storia. La poesia va dritta all’essenza, è asciutta, senza sbrodolamenti. Un aspetto che mi pare invece comune è quel sottile bilanciamento tra fare e non fare, che si perde e si riconquista ad ogni frase: avere sempre presente il quadro generale in cui si inserisce ogni capitolo, mentre si va avanti, e allo stesso tempo vagare alla cieca, non imporre troppo ai personaggi, alla trama. È un equilibrio quasi impossibile. Una specie di sonnambulismo. L’approccio temporale è diametralmente opposto, nel mio caso: per la poesia, come dicevo prima, il lavoro è imprevisto, perché non sai quando quella vocina arriverà, devi stare in ascolto, accettare che ti prenda anche nel momento più sbagliato e quando accade, afferrarla subito. Per la prosa mi comporto in maniera quasi contraria: quando mi arriva un’immagine, un personaggio, una scena, una frase non butto mai giù niente subito, ma aspetto, anche mesi, lascio che quella cosa si depositi e maturi dentro di me, magari ci penso, la tengo diciamo fissa in una parte della mia mente come una specie di ossessione o un impegno da non dimenticare, poi inizio a scrivere quando proprio non resisto più, quando mi sembra che la storia si sia già composta, un po’ anche a mia insaputa. Lascio sempre che si formi questo spazio di desiderio tra me e il racconto che andrò a scrivere, come in una specie di relazione d’amore.

- Come è stato l’incontro con il tuo editore? E come avete lavorato insieme per la rifinitura del libro?
Ho inviato la raccolta solo a due case editrici e dopo circa un mese mi ha risposto l’editore di Arcipelago Itaca, Danilo Mandolini, dicendo che era piaciuta a tutta la redazione e che avrebbero voluto pubblicarla nella collana di giovani esordienti curata da Manuel Cohen. Era per me un periodo di grande fragilità, poco dopo gli attentati del 13 novembre che hanno dato una scossa non indifferente alla mia vita. In quel momento il mondo fuori era difficile da affrontare, c’era questa ferita enorme, colpe da tutte le parti, ma allo stesso tempo una nuova luce che entrava, un affetto incontenibile, un senso di comunità che non avevo mai provato prima. Come un improvviso ricablaggio del mondo occidentale a cui non ero pronta, ma che mi ha anche dato tanto. In qualche modo, mi trovavo di fronte al mio libro per davvero, perché una casa si era rotta, una forma di sicurezza, di abitudine. Bisognava camminare tra i cocci e vedere cosa succedeva, io, per esempio, sono stata male per mesi poi mi sono innamorata. Tornando al libro, una volta accettato il contratto, la casa editrice mi ha lasciato molta libertà, spiazzandomi, perché ero abituata agli editing sulla prosa che in genere sono abbastanza severi e intrusivi, tendono a intervenire molto sul testo normalizzandolo, rendendolo più “comunicativo”. In genere sono lotte all’ultimo sangue per una parola, una costruzione sintattica. C’è questo bisogno di “far tornare le cose”, di non lasciare andare niente. Ma la poesia è una forma estremamente libera perché non ha mercato, è minore di natura. Danilo mi ha invitato a rileggere il tutto e a mandargli la versione definitiva, facendomi riflettere sulla struttura del libro, sull’ordine che avevo scelto di dare alle mie poesie. Ne abbiamo parlato un po’, via mail, ma diciamo che non è mai intervenuto attivamente per cambiare un verbo, una costruzione, una parola. Sua è l’idea molto efficace di ripetere specularmente la poesia centrale della raccolta. Abbiamo poi chiesto la collaborazione di Stefano Colangelo, mio ex professore di metrica e poeta, per la scrittura della postfazione che ci è sembrata molto a fuoco, centrata. Danilo l’ho conosciuto per la prima volta a dicembre, in occasione di RicercaBo, dove io e un altro suo autore, Claudio Salvi, eravamo stati chiamati a leggere dei testi. È una persona genuina, coraggiosa e allegra. 

- Secondo te si può imparare a scrivere poesie o è qualcosa che accade misteriosamente?
Secondo me più leggi poesie più hai voglia di scriverle, ma credo si possa imparare poco nella vita, in generale. 

- E infine, quali sono i tuoi poeti di riferimento? Ci consigli una lettura?
I poeti che amo sono troppi e molto conosciuti, Rosselli, Plath, Hopkins, Villa, Keats, Fortini, Campana, Sereni, Celan, tantissimi altri. È un amore discontinuo e caotico, come quello per i contemporanei: da Giovenale, che ha appena pubblicato un nuovo libro per Arcipelago Itaca, alle rooms di Vanni Santoni – che mi affascinano anche per il comune tema spaziale – al mio amico Lorenzo Mari. Ho avuto occasione di ascoltare Claudio Salvi e alcuni suoi testi mi hanno colpito molto, mi hanno ricordato Beckett, mi ci sono ritrovata in pieno. Ma alla fine, il mio consiglio è di leggere Gilberto Centi, poeta quasi dimenticato, inquieto, forsennato e visionario. Per trovarlo bisogna faticare, perché i suoi testi si nascondono, non basta un click o una capatina in libreria. Credo di essere una sua specie di discepola, ho sue poesie scritte dappertutto, su quaderni, su un paio di magliette, faccio costante opera di proselitismo e sono ancora affamata dei suoi testi, soprattutto di quelli che non sono ancora riuscita a trovare.



Abbiamo attraversato centimetri, nemmeno continenti
ci siamo mossi con fatica, ci sembrava
di correre, era qualcun altro – siamo stati quasi fermi
se badiamo alla prospettiva generale se
diamo retta ai grandi numeri la sostanza
è vuota.


Valentina Maìni

Sono nata a Bologna nel 1987 e vivo a Parigi da qualche anno, per studio e per amore. Sono dottoranda in letterature comparate, amo il disegno e l’illustrazione, la danza contemporanea e la scrittura. 

Alcuni miei racconti sono comparsi su riviste come Inutile, Atti Impuri, TerraNullius, Effe, Verde. In giugno è uscito il mio primo libro di poesie, Casa rotta, edito da Arcipelago Itaca Edizioni all’interno della collana curata da Manuel Cohen. A volte scrivo qualcosa qui: https://sillagesblog.wordpress.com/


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