1 marzo 2017

Paturnie di un sospirato scrittore. Goliarda Sapienza


La vignetta è di Mari Accardi

Parlare di certi autori è più complicato. La difficoltà, per quanto mi riguarda, aumenta con il grado di conoscenza e apprezzamento. Più conosco e amo uno scrittore, più ho difficoltà a parlarne. L’impressione è di non saperne abbastanza, di aver compreso solo in minima parte, quell’imbarazzo che si ha davanti chi si stima troppo.
Goliarda Sapienza mi mette quel tipo di disagio.
L’ho conosciuta tardi. Un amico mi aveva regalato L’arte della gioia a vent’anni e siccome nell’edizione di Stampa Alternativa la copertina era rosa, pensavo, più che legittimamente secondo la me di allora, che si trattasse di un romanzo femminile. Oltretutto a vent’anni rifiutavo la lettura di scrittrici donne, e italiane era fuori discussione. Avevo la mia convinzione.
Mi sono decisa a leggerla a trentadue anni, quando in ogni libreria e bancarella di libri usati francesi trovavo L’Arte della gioia
Mi sembrava molto strano, non capivo la ragione, e invece ho poi compreso.
L’arte della gioia in Francia è stato effettivamente un caso editoriale, e una delle ragioni del successivo successo italiano.
La vicenda editoriale di questo romanzo è complessa.
Goliarda Sapienza comincia a scrivere L’arte della gioia nel 1967. Dopo dieci anni di lavoro e revisione lo propone agli editori ottenendo il rifiuto di Einaudi, Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli eccetera. A nulla serve l’appoggio di Sandro Pertini, il manoscritto non viene accettato. Le ragioni del rifiuto sono varie, la lunghezza, il tema sovversivo…
Nel 1994 Goliarda riesce a far pubblicare una versione ridotta del romanzo da Stampa Alternativa, nella collana Millelirepiù.
La reazione è tiepida e due anni più tardi Goliarda muore, il 30 agosto 1996.
Sotto la spinta di Angelo Pellegrino (marito di Goliarda e studioso di letteratura) nel 1998 Stampa Alternativa pubblica la versione integrale nella collana Eretica.
La reazione della critica tuttavia è praticamente inesistente. Il numero di copie vendute irrisorio.
Poi nel 2003 il romanzo capita nelle mani della traduttrice francese Nathalie Castagné, sotto suggerimento dell'agente tedesca Waltraud Schwarze, che rimane entusiasta.
Sono rimasta stupefatta di scoprire un testo così fuori dal comune, è rarissimo avere tra le mani un libro così straordinario, totalmente sconosciuto.
Nathalie Castagné propone allora la traduzione all’editrice Viviane Hamy la quale accetta la sfida.
Nel 2005 esce L’art de la joie e la stampa francese si inchina davanti a un libro che definisce “inquietante e sorprendente".
In un mese si vendono 8000 esemplari e le principali riviste letterarie cominciano a parlarne.
E insomma in ogni libreria francese ancora oggi si trova L’arte della gioia in bella vista.
Ma questa è stata una deviazione, in questa serie di scritti si parla delle abitudini degli scrittori, e anche Goliarda ne aveva. Solo che in questo caso, visto il disagio di cui parlavo, lascio la parola a Angelo Pellegrino.
"Scriveva di solito la mattina cominciando intorno alle nove e mezza, e andava avanti sino all'una e trenta, le due tutti i giorni, cercando di sfuggire - e non era facile - ai numerosi inviti a colazione nel sole di Roma di quegli anni beati e agitati. Diceva sempre che scrivere significa rubare il tempo anche alla felicità. Si riposava canonicamente le domeniche. Fumava molto, come un po' tutti allora. La giornata di lavoro si concludeva poi spesso con un bagno caldo. Nel tardo pomeriggio suonava alla porta una assai più giovane amica, Pilù, quasi rossa con delicate efelidi sul viso e grandi occhiali. Insieme fumavano e bevevano, ma soprattutto Goliarda le rileggeva quanto aveva scritto la mattina. La regolarità dell'ascolto di Pilù credo sia stata determinante... Pilù ascoltava con attenzione non professionale ma da accanita e colta lettrice. D'altra parte Goliarda qualche volta faceva leggere quanto scriveva anche a Peppino, l'amato, distinto e sensibile portiere della casa di via Denza.
Goliarda e Pilù andavano avanti così fino a sera. Dopo di che Goliarda cucinava una rapida cena col suo straordinario talento di cuoca. Riusciva a cucinare di tutto, con tutto, e soprattutto senza farsene accorgere. Teneva molto al riconoscimento di questo suo talento. Dicessero pure che era una mediocre scrittrice, ma non che era una cattiva cuoca...
L'indomani mattina, dopo l'immancabile caffè nero a stomaco vuoto dei siciliani, Goliarda risaliva al piano di sopra, in alto fra cielo e nuvole - una curiosa mansarda ricavata da uno stenditoio, con un'immensa vetrata sul mare di pini sognanti di Villa Glori -, si sedeva su una bassa poltroncina barocca, si poneva sui ginocchi come scrittoio una custodia di cartone vuota, che aveva racchiuso vecchi dischi a 33 giri (le fantasie di Bach eseguite, credo,  da Gieseking) e riprendeva a scrivere circondata da una distesa di appunti tutti disseminati sul parquet. Scriveva sempre su comuni fogli di carta extra-strong piegati in due perché, diceva, questo formato ridotto le consentiva una sua idea di misura - io credo però che fosse un ricordo, un bisogno delle dimensioni del vecchio quaderno dell'infanzia - dove vergava le parole con una grafia abbastanza minuta, facendo ciascun rigo via via più rientrato sino a ridurlo a una o più parole, allora ricominciava daccapo con un rigo intero. Veniva fuori un curioso disegno, una specie di elettrocardiogramma di parole, sì, una scrittura molto cardiaca. Goliarda scriveva sempre a mano, diceva che aveva bisogno di sentire l'emozione nel battito del polso, servendosi di una semplice Bic nero-china a punta sottile. Ne consumava decine semplicemente perché le disseminava dappertutto e poi non le trovava più".

(Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Viterbo, Stampa Alternativa, 2006. Dalla prefazione di Angelo Pellegrino.)



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