12 marzo 2017

Mario Vargas Llosa. Il tempo romanzesco.

Mario Vargas Llosa

In tutte le opere di finzione possiamo individuare momenti in cui il tempo sembra condensarsi, manifestarsi al lettore in modo estremamente vivido, catturandone interamente l'attenzione, e periodi in cui, al contrario, l'intensità decade e la vitalità degli episodi si attenua [...]
Possiamo chiamare crateri (tempi vivi, con massima concentrazione del vissuto) quegli episodi, e tempi morti o transitivi gli altri. Tuttavia, sarebbe ingiusto rimproverare a un romanziere l'esistenza di tempi morti, di episodi che, nel suo romanzo, hanno soltanto la funzione di creare relazioni. Questi hanno una loro utilità, servono a stabilire una continuità e a creare quella illusione di un mondo, di esseri celati in un tessuto sociale che ci offrono i romanzi. La poesia può essere un genere votato all'intensità, depurato fino all'essenziale, senza fronzoli. Il romanzo no. Il romanzo è estensivo, si svolge nel tempo (un tempo che esso stesso crea) e finge di essere "storia", di rappresentare il percorso di un personaggio o di più personaggi all'interno di un certo contesto sociale. Ciò pretende dal romanzo un certo materiale informativo che crea relazione, connettivo, inevitabile, al di là di quel o quei crateri o episodi di massima energia che fanno avanzare la storia, le fanno compiere grandi balzi (trasformandone a volte la natura, deviandola verso il futuro o verso il passato, rivelando in essa retroscena o ambiguità insospettati). 
La combinazione di crateri o tempi vivi e tempi morti o transitivi determina la configurazione del tempo romanzesco, quel sistema cronologico proprio delle storie scritte.

(Mario Vargas Llosa, Lettere a un aspirante romanziere, Torino, Einaudi, 1998)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Bello!