5 febbraio 2017

Sulla fatica di scrivere, Alice Basso

Alice Basso


Di recente mi è capitato di dire in una conversazione che scrivere è "faticoso". Non è del tutto vero: cioè, un po' sì, ma, a parte l'ovvia constatazione che andare in miniera è un'altra cosa, scrivere è anche emozionante, divertente da pazzi, liberatorio, e persino appagante in quel modo in cui si sentono appagati gli scienziati quando osservano il cosmo o i numeri e constatano che "tutto torna". Il che fa passare la fatica in secondo piano.

Un po' di fatica però c'è, e vediamo se riesco a spiegare di che tipo di fatica si tratta, perlomeno per me: immaginate di stare guardando una serie tv che vi appassiona (e dico appositamente serie tv e non film perché vorrei evocare quella fidelizzazione, quell'affezionamento che viene dall'avere frequentato una determinata storia e relativi personaggi per un certo tempo); dicevo, immaginate di stare seguendo una puntata, ma non comodamente schiaffati sul divano a sgranocchiare patatine rustiche, bensì appollaiati su una di quelle cyclette collegate a una dinamo a sua volta collegata alla tivù che da qualche parte in America usano per far fare moto ai bambini grassi. Immaginate il misto fra il desiderio entusiasta di vedere come va avanti la storia e lo sforzo che dovete fare personalmente, voi e solo voi, per guadagnarvi la scena seguente, la battuta seguente, il fotogramma seguente. Sentite il continuo alternarsi di frustrazione e sollievo? 
Poi a volte la cyclette è ben oliata e la storia si segue fluida con l'andatura di una gitarella in una campagna pianeggiante, altre volte è una tappa di montagna e arrivare alla fine di una buona sequenza è una conquista; ma resta il fatto che sdraiato sul divano a mangiare patatine rustiche, magari col rischio di appisolarti a metà, tanto chettifrega, qualcuno avrà già registrato la puntata per te, non ci puoi stare.

(Alice Basso, aggiornamento stato fb del 3 febbraio 2017)

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