13 febbraio 2017

Squarci, di Simona Dimitri

Fotografia di Alessandra Calò

Per sei settimane, ogni lunedì un estratto di Squarci, romanzo inedito di Simona Dimitri.
Il progetto e il percorso di Simona sono raccontati qui.
#1#2, #3



Squarci
di Simona Dimitri
Fotografia di Alessandra Calò


Una sera come tante altre cenammo io mio fratello e mia madre. Mio padre era uscito. Appena arrivammo a casa lei accese la televisione e ci chiese di aiutarla a togliere gli stivali di pelle con il tacco comodo, senza zip. 
Mangiammo la carne alla brace. Il caminetto riscaldava tutta la cucina. Il mio gatto, Liga, dormiva raggomitolato sulla sedia con il cuscino. Aspettammo il ritorno di mio padre ascoltando i rombi delle auto fuori dal giardino, nella speranza tacita ma condivisa di sentire la sua mano aprire la porta a specchi della cucina.
Andava al circolo a giocare a poker dopo il lavoro, o a biliardo e di partite ne faceva tante perché tornava sempre tardi, quando ormai eravamo tutti nel letto. 

Quella sera mia madre prese i sonniferi perché non riusciva a dormire. Era molto nervosa, a cena aveva voluto guardare l’almanacco e poi un altro programma che le piaceva. Io volevo vedere “Kiss me Licia” ma non ci fu verso.
Verso mezza notte si alzò a andò a vomitare la cena, poi tornò in cucina e si prese un’altra dose di tranquillante.

A un certo punto io e mio fratello iniziammo a sentire che russava. Ma era un rumore diverso. Lei digrignava i denti quando era nervosa.
Cercai la mano di Nicola e ci parlammo basso. Poi insieme andammo da mia madre e cercammo di svegliarla. Ma non si svegliava. 
Non sapevamo cosa fare, avevo otto anni io e dodici lui. 
Mio padre ci aveva fatto imparare a memoria il numero di casa, della macelleria e del 118 in caso di emergenza.
La mamma dormiva e russava forte. Decidemmo di chiamare il 118 perché mio padre non sapevamo dove trovarlo.
Poi rincasò. Furtivo. Con le scarpe in mano.
Io gli andai vicino per spiegargli di mia madre. Realizzò che c’era il medico, l’infermiere e l’equipaggio dell’ambulanza.
Salutò e chiese cosa stava succedendo.
- Sua moglie ha assunto una quantità incongrua di benzodiazepine. Lei sa come mai?
- Mi scusi, non ho capito, disse mio padre.
- Intendo dire: la signora ha preso dei sonniferi. Perché? Non riusciva a dormire?
- Sì dottore. Disse mia madre che intanto si era svegliata dopo che le avevano somministrato un antidoto apposta.
- Signora è sicura? Chiese il medico.
Mia madre guardò mio padre. Non aveva capito cosa intendesse dire il medico.
- Allora se non vuole venire in pronto soccorso signora Rosanna deve firmarmi la cartella.
Mia madre firmò.
- Ma era proprio necessario chiamare l’ambulanza?
- Non sapevamo che fare. La mamma non si svegliava. Tu non c’eri.
Tornammo a dormire. Sentimmo che parlarono per un po’, poi lui andò nella stanza di barbie. 

Loro dormivano separati, come i nobili.




Fotografia di Alessandra Calò

Alessandra Calò crea opere al confine tra fotografia e arte contemporanea, sperimenta nuovi linguaggi e si avvale della tecnica dell’appropriazione per un recupero memoriale. Le sue opere scavano nel passato per tentare un dialogo col presente, un tempo in cui tutti hanno la possibilità di esistere nella forma di esseri senzienti, fantasmi o prefigurazioni.


Qui una conversazione con il Cantiere di Scrittura sulla sua maniera di raccontare le storie.

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