6 febbraio 2017

Squarci, di Simona Dimitri

Fotografia di Alessandra Calò

Per sei settimane, ogni lunedì un estratto di Squarci, romanzo inedito di Simona Dimitri.
Il progetto e il percorso di Simona sono raccontati qui.
#1, #2

Squarci
di Simona Dimitri

Fotografia di Alessandra Calò


Eravamo andati in piscina, come ogni pomeriggio. Io e mio fratello Nicola, mano nella mano.

Il mio primo ricordo concreto.

Mia madre stava finendo di lavare i piatti.
Era iscritta all’albo dei contadini, ma non lavorava come contadina. Aiutava mio padre in macelleria e si dedicava a noi, alla casa. 
Quel pomeriggio doveva andare a dargli una mano e ci proibì di fare il bagno in piscina, ma noi non l’ascoltammo, come sempre.
Erano le sedici e l’aria ancora molto spessa, l’umidità feroce. Prima delle sette non calava mai.
Noi non ci facevamo caso. 
Mia madre sapeva che non ci avrebbe trattenuti a lungo dentro casa, così ci concesse di giocare per almeno un’ora. Doveva finire le faccende e si sarebbe data poi una rinfrescata. Ma per noi niente bagno.

Placida l’acqua si riposava. A quell’ora il depuratore era staccato e così né rumore né movimento infastidiva il nostro gioco. I mesi estivi africani del sud.
Mio padre tempo prima ci aveva comprato un canotto rosso e blu con due grossi remi in alluminio. Con le pale di plastica bianca. Giravamo intorno alla piscina e affondavamo i remi e spingevamo l’acqua lungo il bordo lastricato di tufo. Era un gioco di forza.
Io ero molto esile. Nicola era il mio opposto.

In un tratto dove l’acqua si faceva più profonda, persi l’equilibrio e mi ritrovai ad affogare in due metri e trenta di liquido limpido e diabolico. Non avevo ancora imparato a nuotare. Nicola lo sapeva e senza pensarci si tuffò, vestito, per cercare di portarmi fuori, in salvo. Mi mise un braccio sotto le ascelle, secondo una tecnica che gli aveva insegnato mio padre. Tenendomi la testa fuori dall’acqua mi permetteva di respirare. Intanto urlava a mia madre:
-Aiuto! Aiuto!
Lei era sotto la doccia. Quando sentì le urla si precipitò fuori avvolta da un telo bianco.
Nicola continuava a strillare.
Ma io ero bagnata e salva.
Il pantaloncino al ginocchio di cotone e la maglietta a completino fradici e appiccicati alla pelle.

La casa sorgeva al centro di un ampio viale circolare, quello che usavamo per le gare di bici o per i pattini a rotelle. La piscina era nella zona sud e per arrivarci bisognava fare una scalinata di soli otto gradoni di marmo ingiallito dal tempo che formavano delle onde. Come quelle dei palazzi antichi o delle favole. 
Mia madre era scesa da lì. Contai i gradini che la separavano da me. Rimasi in silenzio, nascosta dal corpo di Nicola. 
Nicola le spiegò cosa era successo e lei guardandomi con gli occhi di brace tacque.

Sembrava Caronte.

Ci disse solo di andarci a cambiare.
Andammo in macelleria e Nicola raccontò a mio padre ogni cosa.
Mi abbracciò, mio padre.

Fotografia di Alessandra Calò

Alessandra Calò crea opere al confine tra fotografia e arte contemporanea, sperimenta nuovi linguaggi e si avvale della tecnica dell’appropriazione per un recupero memoriale. Le sue opere scavano nel passato per tentare un dialogo col presente, un tempo in cui tutti hanno la possibilità di esistere nella forma di esseri senzienti, fantasmi o prefigurazioni.


Qui una conversazione con il Cantiere di Scrittura sulla sua maniera di raccontare le storie.

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