30 gennaio 2017

Squarci, di Simona Dimitri


Per sei settimane, ogni lunedì un estratto di Squarci, romanzo inedito di Simona Dimitri.
Il progetto e il percorso di Simona sono raccontati qui.
#1

Squarci
di Simona Dimitri


Il suo respiro rimase intrappolato a lungo negli armadi di casa, tra le lenzuola non lavate, tra i vestiti appoggiati sulla sedia, come se niente fosse cambiato.
Indossai per anni la sua tuta arancione e blu in acetato, anche se mi stava grande e i colori non erano più di moda ma sentivo il profumo della sua pelle addosso alla mia. Il detersivo non riusciva a mandarlo via.
- Samuela, lo abbiamo perso. 
Urlò mio padre quel giorno, e non riuscii a capire cosa.
Aprì la porta con i pannelli di legno dipinti di blu con entrambe le mani, con foga. Aveva bisogno di condividere, di farci sapere. Aveva paura di esserne responsabile, lui.

C’eravamo io e la zia Maria in casa. Attendemmo tutto il pomeriggio per avere notizie quando finalmente arrivarono, con lo zio e mia madre.
Mio fratello non c’era ancora, ma intanto iniziavano a preparare il posto dove metterlo. Tutto molto veloce, senza neanche il tempo di realizzare cosa stesse succedendo. Nella stanza a vetri dove tenevo la casa delle barbie e dove avevo trascorso la maggior parte dei miei pomeriggi.
Spostarono il tavolo di legno di betulla verniciato in un’altra stanza, sistemarono le sedie intorno, tolsero i piccoli soprammobili. Ma non i miei genitori, che in quel momento non capivano niente.

Poi alla sera andai a dormire a casa di zia Maria. Il mattino successivo non volevo aprire gli occhi per non dover avere la certezza di quanto fosse accaduto.
Se apro gli occhi e sono a casa vuol dire che ho fatto solo un brutto sogno, pensavo.

Il mattino dopo, come in un cartone animato, aprii prima un occhio e vidi la luce filtrare dalla grande finestra della cucina della zia. Poi aprii anche l’altro. Tiziana ancora dormiva con i suoi riccioletti radi e biondini appiccicati sulla fronte.
La zia aveva unito i divanetti e mia cugina era rimasta con me, per non farmi sentire sola.
- Ehi. Le sfiorai il braccio per svegliarla.
Con gli occhi pieni di sonno cercò di guardarmi e capire perché fossi lì con lei.
- Nicola è morto.
- Lo so. E mi diede la piccola mano.
Tiziana aveva un pigiama rosa che le stava grande, lo indossava anche tutte le volte che era malata.
Quando andammo a casa, trovai papà e mamma seduti accanto a lui, nella bara con il frigo.

Morto folgorato.
Il sangue usciva dal naso e dalla bocca. Gli misero dei tamponi perché non si sporcasse.

Quella mattina era uscito da casa presto, Nicola. Un bacio non me lo aveva dato per non svegliarmi.
Aveva cercato di attaccare quella spina con i fili scorticati. E i suoi piedi nell’acqua.
Anche il giornale locale ne parlò.
Mio padre si alzò e mi venne incontro, abbracciandomi, mi disse:
- Lo abbiamo perso. E finalmente capii a cosa si riferiva.

Fotografia di Alessandra Calò



Alessandra Calò crea opere al confine tra fotografia e arte contemporanea, sperimenta nuovi linguaggi e si avvale della tecnica dell’appropriazione per un recupero memoriale. Le sue opere scavano nel passato per tentare un dialogo col presente, un tempo in cui tutti hanno la possibilità di esistere nella forma di esseri senzienti, fantasmi o prefigurazioni.

Qui una conversazione con il Cantiere di Scrittura sulla sua maniera di raccontare le storie.

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