3 dicembre 2016

Sulla similitudine e la metafora


Nei primi anni Ottanta, quando cominciavo a scrivere i libri che poi ho pubblicato, a dominare in poesia era sostanzialmente la metafora; si può anzi dire che metafora e poesia tendessero idealmente a identificarsi. Il linguaggio poetico appariva come una sistematica trasfigurazione della realtà, una sua metodica deformazione “creativa”. Attraverso la metafora, le cose più lontane trapassano l’una nell’altra, si smembrano, si mescolano e si fondono magicamente, senza mediazione, perdono il loro senso ordinario, dando luogo a una dimensione fantastica e –spesso- indecifrabile, oscura. Questa oscurità cominciava a inquietarmi, a insospettirmi. Il gioco mi sembrava troppo facile, troppo arbitrario. E’ anche a partire da questo disagio che mi sono riavvicinato a una figura marginale e un po’ desueta: la similitudine.

Nella similitudine, un pezzo di mondo viene evocato per “chiarirne” un altro. Anche qui, la chiave è l’analogia, la somiglianza, ma –questa la differenza decisiva- tra i due elementi accostati c’è un come (o qualcosa di equivalente) che ne dichiara e ne esplicita il rapporto: questo (ciò che va “spiegato”) è simile a quest’altro, che forse può aiutarci a capirlo meglio.

Nella metafora, che vuol presentarsi come un superamento di quel rudimentale come, il mondo viene offuscato, se non addirittura rimosso, da un intreccio complesso e sotterraneo di “campi semantici”; in ciascun elemento della similitudine, invece, il mondo è lì, intero. Il mondo si specchia nel mondo. Il mondo è simile.

(Umberto Fiori, Quattro righe sulla similitudine, Nuovi Argomenti, 26 gennaio 2015)

Questo articolo fa parte della rubrica Le forme retoriche e stilistiche raccontate dai poeti di "Officina poesia", a cura di Maria Borio. 
Il pezzo integrale si può leggere qui

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