12 dicembre 2016

Scrivere con calma, Anton Čechov

Anton Čechov nella sua stanza a Yalta, 1901

Capisco che macello i miei protagonisti, che guasto e spreco del buon materiale. A dire il vero sarei contento di lavorare sei mesi intorno al mio Onomastico. Mi piace prendermela calma, e non trovo nessun piacere nel fatto di pubblicare a precipizio. Volentieri, con piacere, con sentimento e piccole dosi descriverei tutto il mio protagonista, ritrarrei il suo animo durate il parto della moglie, il suo processo, il senso del disgusto dopo l'assoluzione, descriverei la levatrice e i dottori che prendono il tè durante la notte, descriverei la pioggia... Questo non mi procurerebbe che piacere, perché amo scavare e trafficare attorno alle cose. Ma che fare? Ho cominciato il racconto il 10 settembre, con l'idea di doverlo terminare il 5 ottobre al più tardi; passata quella data inganno qualcuno e rimango senza quattrini. Il principio lo scrivo con calma, senza impormi alcuna soggezione, ma arrivato a metà comincio a scoraggiarmi, a temere che il racconto sia troppo lungo: debbo pur tener presente che "Il Messaggero del Nord" non è ricco e che io sono fra i suoi collaboratori più costosi. E' per questo che l'inizio mi riesce sempre molto promettente, come se cominciassi un romanzo; la parte centrale è timida, abborracciata, e il finale è una specie di fuoco d'artifizio, come in un racconto breve. 

(Anton Čechov, lettera ad Aleksej Suvorin del 27 ottobre 1888 in Vita attraverso le lettere, Torino, Einaudi, 1989)

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