3 ottobre 2016

Sul tempo di un romanzo. La vita felice, di Elena Varvello


E' stata una domenica un po' faticosa, e poi alle sei della sera sono finiti gli impegni. 
Avevo bisogno di riposare, ho preso un romanzo dalla libreria e mi sono messa sul divano. 
La vita felice, di Elena Varvello. 
Alle otto ho guardato l'orologio e mi sono costretta ad alzarmi per preparare la cena. Alle nove O. era a letto, non ho lavato i piatti, sono tornata a leggere. Fino all'una, quando il romanzo era finito. 
Ho letto La vita felice in una domenica sera. 
Mi ha fatto riflettere. Sulla bellezza del romanzo, la sua intensità, la costruzione che non dà tregua. Non ho potuto interrompere la lettura fino a quando non sono arrivata alla conclusione. Probabilmente perché si tratta di un intrigo, costruito per finirci sempre più dentro, il collo dentro la melma della storia. Probabilmente perché la scrittura di Elena Varvello è così lucida e precisa che sa gestire perfettamente l'attesa, e sa farlo così bene che all'inizio rivela già la fine, eppure si sta lì a girare i fogli per vedere come va davvero a finire.
Insomma, leggere un libro in una domenica sera, qualcosa di abbastanza eccezionale. 
Eppure sta mattina magonavo. 
Intanto perché mi mancavano Elia, Anna, Stefano, Ettore, la ragazza e gli altri personaggi. Perché mi mancava qualcosa a cui attaccarmi, come una serie televisiva, un videogioco, il punto croce. 
Ma specialmente perché pensavo cosa poteva aver significato per Elena Varvello la scrittura di La vita felice. Tempo, memoria, lavoro, patimento, scoperte, e chi sa cosa.
In un pezzo uscito su letteratitudinenews Elena dice.

Avevo nove o dieci anni ed ero una bambina solitaria, con i capelli corti, troppo alta e sempre un po’ accigliata, silenziosa. Volevo diventare una scrittrice – ricordo che credevo fermamente che avrei scritto un romanzo – e non ho fatto altro che volerlo, per buona parte della vita. Volevo diventarlo, ma non avevo idea di che significasse. Non l’ho saputo per trent’anni. È stato quando ho cominciato a scrivere La vita felice, è stato allora che ho capito. Avevo pubblicato poesie, una raccolta di racconti e due romanzi, ma è stato con Elia e con suo padre, la loro storia nell’estate del 1978, che ho smesso di volerlo diventare...
Dal mio punto di vista, ormai – è questo quello che intendevo – esistono le storie, punto e basta. Esistono soltanto le persone e quello che succede alle persone, esistono i ricordi, le paure, i sogni e le speranze. Esistono i segreti. Le cose che si dicono e quelle che si tacciono. E c’è mistero in ogni attimo, in ogni giorno che viviamo.


E allora ho pensato che non avrei dovuto leggere il suo romanzo tanto velocemente. Avrei dovuto cercare la pazienza, chiudere il libro alle otto e riprenderlo il giorno dopo, e poi prendere delle pause nella lettura. Non so, mi pare una maniera per rispettare chi l'ha scritto, per entrare meglio nella sua storia, nella sua scoperta. 
Avrei dovuto prendermi più tempo, come chi l'ha scritto.


Nessun commento: