24 ottobre 2016

Album, di Claudio Salvi


Claudio Salvi è uno scrittore alla sua maniera. Nel Cantiere c'è uno spazio dedicato ai sui testi, Non scritto, e il nome che ha scelto per la sezione definisce particolarmente bene il suo lavoro. 
I testi di Salvi non sembrano fatti di parole, ma di luce, nebbia, odore di asfalto bagnato, cenere.
E lasciano un dubbio. Qualcosa di non risolto.
Forse la poesia è questo, forse.
Per Arcipelago Itaca Edizioni è da poco uscita la sua prima raccolta poetica, Album, un libro prezioso, che aspettavo da quando ho cominciato a seguire il lavoro di Salvi. 

Gli ho fatto qualche domanda sulla sua maniera di scrivere, e come al solito, quando ho finito di leggere le sue risposte, avrei ricominciato dal principio. Come quando finisco di leggere i suoi testi, che mi viene sempre da ricominciare.

Cosa sono le cose che scrivi?

forse sono spezzoni di un discorso più esteso che stenta a venire fuori. soffro di distrazione, tirare fuori queste cose da un informe è complicato.

Come definiresti un verso?

la prima che mi viene in mente è il verso di un animale o di un bambino ecc. la seconda è il verso delle poesie, non ho mai capito perché uno esprime queste due cose con la stessa parola.

Secondo te che cosa rende la tua scrittura, poesia?

non so rispondere a questa domanda.

Sovente ho l’impressione che i tuoi scritti siano il risultato di registrazioni silenziose, come se avessi un dagherrotipo tra le mani. Come funziona invece? La tua scrittura parte sempre da quello che vedi?

c'è l'immagine che tengo tra le mani come una fotografia – un dagherrotipo se vuoi – questa immagine non è materiale. se la cerchi non la trovi. è una area di attrazione – è il nome che le do – dove io vado e non penso niente. questo per me è immagine, non pensare niente. la traduzione in scrittura avviene per aggiramenti, per accostamenti direi. bisogna davvero non pensare niente. in un secondo tempo la scrittura si aggiusta, questo appartiene proprio a lei, alla scrittura, non all'immagine. l'immagine si perde.
forse quello che uno vede è già scrittura, perché lo vede.

E poi come procedi? Prendi delle note, scrivi appunti su dei fogli, tieni a mente quello che vedi per scriverlo rielaborato in un secondo tempo?

da qualche settimana scrivo su un foglio wordpad che non salvo, non registro. sono note della lunghezza di una riga che va a capo e poi finisce. la scrittura cambia in molti modi, così. se il computer non registra, chi tiene memoria? è capitato che un testo del genere sparisse, perché sono inciampato nella presa e il computer si è spento, semplicemente. io non avevo memoria delle cose che annotavo. sapevo cosa avevo scritto in qualche punto, è tutto.
in questo esercizio la scrittura non fa più il suo lavoro, che è quello di registrare, perché può finire da un momento all'altro. è una cosa che muore, come un'altra. c'è una frase di Senancour – che mi importa di ciò che può finire? – poi viene la frase di Beckett – i can't go on, i'll go on.
mi sono chiesto, come posso rendere pubblico quello che faccio adesso. qualunque supporto registrerebbe la scrittura, e una performance mi sembra inadatta. allora non c'è modo di mostrare alle persone quel lavoro, lo sto dicendo qui, che lo faccio, è tutto.

Perché nei tuoi scritti non ci sono lettere maiuscole?

perché mi confondono la vista. un amico però dice che è una mia forma di sadismo.

In un passaggio scrivi Io so colorare un testo senza scrivere il colore. Mi pare un’intuizione esatta sul tuo modo di scrivere. Che cosa significa per te, colorare un testo senza scrivere il colore?

non è necessario scrivere viola per avere il colore della sera, è di troppo. qualche volta la poesia maschera bene le cose essenziali, da dove viene e perché ha compiuto questa azione quel personaggio? in un romanzo si deve rispondere, in una poesia no. in una assenza possono stare tante cose. è questione di illudersi di vedere il colore dove non esiste. per alcuni bisogna scriverlo, per me bisogna evitare.

Qual è stata la reazione più ricorrente quando hai proposto il tuo Album alle case editrici, o comunque quando l’hai sottoposto a dei lettori?

le altre case editrici non mi hanno risposto. i lettori, una volta ho letto il testo, presentato da Giulio Mozzi, alla fine della bottega di narrazione, dicevano di volerne sentire ancora. io ero senza fiato.
i lettori a casa propria sono in imbarazzo magari, perché si aspettano una cosa e non è quella. è sfuggente. Vivian Lamarque l’ha letto e ha detto che era come sabbia che ti scivola tra le dita senza lasciare niente.

Da Album

non ci vuole tanto. 
un prato di erba finta ecco tutto. 
e luci a forma di papavero. 
un corridoio di legno dove qualcuno passa accanto a banchi schierati. 
un uomo firma certi libretti. 
in angolo una lampadina. 
questa stinge le pareti. 
poi la fila indiana di ragazzi e ragazze. 
più niente da vedere. 
eccetto la ragazza che corre avanti altri due passi e che tengo per il braccio. 
non tenermi, ride, che faccio come il cane - e tira.


Claudio Salvi


Claudio Salvi è un grafico. 

Con Gessica Franco Carlevero, che è stata sua insegnante di scrittura a Torino nel 2011, collabora alla costruzione del Cantiere di scrittura.
Suoi testi sono stati pubblicati in Nazione Indiana, Vibrisse, GAMM, in cataloghi e monografie di artisti.
Album (Arcipelago Itaca), è la sua prima opera in versi.

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