30 settembre 2016

Il bugiardino di Valentina Diana

Valentina Diana, autorittratto

Ho conosciuto Valentina Diana nel 2010. Ma dire che l'ho conosciuta non è giusto, in realtà ho cominciato a spiarla. 
In quel periodo lavoravo per il Festival delle Colline Torinesi scrivendo un diario che si chiamava Note di retroscena. Quell'anno Valentina Diana partecipava alla quindicesima edizione del Festival con lo studio Still Live, insieme a Lorenzo Fontana.
Insomma, per due o tre pomeriggi ho seguito le prove alle Fonderie Limone e prendevo note per scrivere i pezzetti che uscivano poi sul sito del Festival. 
Lì è capitato che ho cominciato a spiare Valentina, dico spiare perché c'era qualcosa nella sua maniera di recitare, fare, parlare, che mi piaceva da matti, ma allo stesso tempo mi metteva dell'imbarazzo e così non le dicevo mai ciao. Facevo in modo di rendermi invisibile. 
Dopo ho continuato a seguire i suoi spettacoli, sempre senza dire niente.
Poi nel 2014 è uscito Smamma, il suo primo romanzo pubblicato da Einaudi, e da brava groupie l'ho letto. 
Smamma mi è sembrato un libro talmente fine, leggero, naturale e intelligente che me ne sono fregata dell'imbarazzo e le ho scritto. 
Poi nel 2015 è uscito Mariti, altro romanzo che a tratti mi sembrava parlasse di me. Leggendolo pensavo, Valentina Diana scrive cosa vorrei scrivere io. 

E alla fine le ho proposto di rispondere a qualche domanda sulla sua maniera di scrivere, che è ancora una maniera di spiare.

1 Dove ti siedi per scrivere e di cosa hai bisogno per cominciare?

Un quadernetto o il mio computer, ma a volte scrivo anche sull’ultima pagina bianca del libro che sto leggendo o su foglietti vaganti. A volte mi mando delle mail. Scrivo ovunque: sul letto, in cucina, in treno, al cinema. Ho imparato a scrivere anche al buio.

2 Come metti insieme le idee per un romanzo? Hai la storia in testa fin da subito o si compone di piccoli pezzi, un poco alla volta?

Ho un’ idea, ma poi l’idea prende vita propria, accade con i suoi tempi e diventa qualcosa di diverso, a volte molto diverso, da quello che avevo pensato all’inizio.

3 Secondo te che cos’è un blocco, una difficoltà nella scrittura? E se ti è capitato, come l’hai affrontato?

Ne ho di continuo, tutte le settimane, un giorno sì e uno no. E’ quando tutto perde senso ed è come se non riconoscessi più le cose, devi ritrovarle ma più le cerchi meno le trovi, allora entri un buio in cui devi stare e rassegnarti, ma la rassegnazione non arriva, allora ti disperi, poi ti distrai e arriva la rassegnazione e ritrovi le cose, magari appunto, un po’ diverse da come erano quando le avevi lasciate. E sei felice per un po’. Ma sempre per poco.

4 I tuoi romanzi hanno una lingua quotidiana, semplice, lo stile è così scorrevole che sembra si scrivano da soli, in qualche giorno. È così o per arrivare a questo risultato c’è un lavoro grosso di scrittura? E quale, nel caso?

Già. Direi che il mio lavoro di scrittura consiste principalmente nel cercare parole semplici per il garbuglio. Il garbuglio sono le parole inutili o quelle truffaldine. Dico parole truffaldine intendendo tutto ciò che gira intorno alla scrittura, ma non è scrittura, è fuffa, è seduzione dello scrivere, è intellettualismo narcisistico. Roba che arriva lì e ti dici Madonna come sto scrivendo bene,  il giorno dopo rileggi, e non dice niente.
Quindi alla fine il grosso del lavoro è non bearsi, non raccontarsi balle: dire le cose.

5 Leggendoti ho l’impressione che la tua sia una lingua cantata. Come arrivi a questa musica delle frasi, leggi a voce alta le tue pagine?

E’ una voce, che mi danza un po’ nella testa nei giorni buoni, una voce leggera che arriva e che va cavalcata, in un certo senso, come un secchio volante. E’ una specie di canto, sì. Ma non leggo molto a voce alta, perché la mia voce mi irrita. Lo faccio a posteriori, a cose finite.

6 Secondo te c’è qualcosa che bisogna saper fare per scrivere un romanzo? Voglio dire, per suonare la chitarra bisogna almeno saper fare gli accordi, per fare una fotografia bisogna saper mettere il fuoco… Per scrivere un romanzo?

Non ho una ricetta, ogni ricetta non funziona. Un romanzo è una cosa complessa perché è un tentativo di rispondere a una domanda, ma a volte la domanda stessa ti è poco chiara. Io non parto mai da una struttura, parto da un centro di senso, mi dico: mi interessa parlare di questo, e poi aspetto. Come una lucertola. Presto attenzione a tutte le cose che riguardano quel centro, che, in un certo senso, mi parlano. Scrivo. Poi, ad un certo punto è la cosa a prendere la sua forma, a strutturarsi per piani e significati, a diventare accordo. Ma, come ho detto, per ciascuno il percorso è diverso.  Conosco persone che lavorano per prima cosa ad una struttura dettagliatissima, mettono lì il senso; li invidio molto perché io ne sono del tutto incapace. E’ qualcosa che ha a che fare con il senso dell’orientamento, credo. Io mi perdo ovunque. Devo strutturare un sistema di memorie minime, di piccoli elementi, per trovare la strada. Solo ad un certo punto comincio a capire in che paese sono, cosa mi sta attorno.

7 Hai scritto anche diversi testi per il teatro. Quali sono le differenze tra un testo drammatico e uno narrativo?

Scrivere per il teatro vuol dire rinunciare a dire tutto con le parole, perché se dici tutto a parole agli attori non resta altro che descrivere, non resta libertà d’azione. L’azione in teatro è fondamentale. Scrivere per il teatro vuol dire creare dei vuoti, dei buchi, degli spazi di libertà, di non detto. E’ un esercizio di sottrazione. Scrivere in prosa è molto diverso perché l’azione diventa parola, il silenzio è unicamente in quello che non scrivi, che in un certo senso spetta al lettore integrare con il proprio immaginario.

8 E poi, c’è una frase, una citazione, un’immagine o un consiglio che tieni a mente mentre scrivi? Una specie di santino per la tua scrittura?
Cambiano, i santini. Al momento East Coker, V, dove dice

... Trying to learn to use words, and every attempt/ is a wholly new start, and a different kind of failure/ because one has only learnt to get the better of words/for the thig one  no longer has to say, or the way in wich/one is no longer disposed to say it.

Eccetera.



Valentina Diana

Valentina Diana è nata a Torino nel 1968. Lavora in teatro come attrice e drammaturga. Per il teatro ha scritto: Fratelli, Ricordati di ricordare cosa? (Premio nazionale di drammaturgia contemporanea Il centro del discorso 2009), La bicicletta rossa (Premio Eolo Awards 2013 per la drammaturgia), Swan, La comitragedia spaziale, Senza Voce - Storia di Ciccilla, La palestra della felicità, Opera Nazionale Combattenti.

Come scrittrice ha pubblicato Smamma (Einaudi 2014) e Mariti o Le imperfezioni di Gi (Einaudi 2015).

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