25 luglio 2016

Velibor Čolić e la sua Olivetti


La mia macchina da scrivere è una magnifica Olivetti, bianca e portatile, con le lettere serbo-croate e un nastro bicolore, rosso e nero. Seduto sul letto la poso sulla sedia e batto. E' una musica molto bella. Ho la sensazione che una pioggia di parole si abbatta sul foglio, che uno sciame d'api particolarmente intelligenti ronzi nella mia stanza. I miei quadernini prendono un'altra forma, più seria, più organizzata. E' un'altra cosa avere dei fogli numerati, riempiti con le mie frasi. Ho anche il correttore Errori di Battitura, un liquido spesso e bianco, e due pacchi da 500 fogli ciascuno, tranquillamente posati ai piedi del mio letto. Come un pianista accanito batto dodici ore al giorno, traspongo l'ombra dei miei dubbi, la mia scrittura febbrile, in una meravigliosa danza meccanica. Prodigiosamente mi sento più concentrato, più dedito alla scrittura. Faccio rumore tac-tac-tac-tac come se volessi dire: ascoltate, sono vivo. Sono innamorato di questa meccanica, ho la sensazione che ogni lettera sia portata da un piccolo cucchiaio e poggiata una dopo l'altra sul tappeto infinito del mio testo. Scopro il mio corpo e il mio soffio. Mi sembra di essere più veggente, meno triste, che questo piccolo lasso di tempo tra ogni battuta ritmi a meraviglia la mia opera nascente. Immagino che nel ventre della mia Olivetti si nasconda una piovra dai mille tentacoli benevola, la chiamo Hamsun, e che ogni tasto sia la punta delle mie dita. Batto forte, la mia macchina trasalisce senza pause. Ogni tanto infilo un foglio di traverso ma in generale è una bella simbiosi tra l'uomo e la meccanica. Formiamo una coppia perfetta, Hamsun ed io. Siamo fatti l'uno per l'altra.


(
Velibor Čolić, Manuel d'exil, Paris, Gallimard, 2016)


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