2 luglio 2016

Kerouac, Ginsberg e il linguaggio dello spirito umano di Dianella Bardelli

Allen Ginsberg

Per sei fine settimana il Cantiere ospita una serie di interventi sulla teoria e pratica dell'improvvisazione di poesia e prosa spontanea a cura di Dianella Bardelli. 

n. 4
In Kerouac e Ginsberg la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano

di Dianella Bardelli


La spiritualità diventa una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dall'educazione religiosa di entrambi, cristiana quella di Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. 
Per Kerouac questa filosofia fu solo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. 
Per Ginsberg il buddismo rappresentò invece il sentiero spirituale di una intera vita. 
E’ Ginsberg, nei suoi scritti teorici, a parlare di scrittura come meditazione e scavo interiore. 
In Facile come respirare scrive: “La soluzione è scrivere cose che non pubblichi o che non mostri agli altri. In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente”.

Scrivere usando la forma del poema come fa Allen Ginsberg in Howl e Kaddish consente, rispetto alla solita e “normale” prosa, di essere più liberi di dire, stra – dire e di stra – fare. Di semplificare o complicare, perchè la poesia in Ginsberg non ha gli stessi vincoli lessicali, grammaticali, stilistici della prosa, anche di quella spontanea di Jack Kerouac. E quando il suo poema stupisce laddove appare oscuro, in realtà obbedisce ad un interno ordine – disordine mentale, quello dello specifico momento che sta vivendo mentre scrive. 
Sia Howl che Kaddish sono un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell’essere umano in quanto tale. 
Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com’è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova. Perché in Ginsberg, come in Kerouac, scrittura e spirito coincidono. L’imperfezione, la sconnessione sono la loro anima parlante, le loro improvvisazioni di scrittura non seguono un solo filo logico, ma una moltitudine, anzi un’accozzaglia di pensieri-parole-mente. 
Ad Allen Ginsberg piaceva quello che in un lettera a Neal Cassady definisce “roba cinese e giapponese”. Dice: la mia opinione è che sia "una grande zona di piacere". 
E' la definizione di arte che ho sempre cercato per quanto riguarda la letteratura, cercata annaspando, sfiorata ma mai centrata. Al massimo sono stata capace di dire: leggere è un piacere, scrivere è un piacere, ma vuoi mettere, una grande zona di piacere! 
Ma Ginsberg era/è un genio precoce e già saggio a 27 anni. Nel 1953 dice di sé "a questa vecchia età" e anche: "la terra della beatitudine esiste nell’immaginazione".

Dall'altra parte in Kerouac la scrittura non ha lo scopo di raccontare una storia, non c'è trama, plot struttura, scaletta, capitoli, cronologia, filo logico dei fatti. 
La scrittura ha una funzione completamente diversa, ha una funzione di svelamento, di confessione, di estremo inutile tentativo di “confessare tutto a tutti” come diceva sempre lui; il suo tentativo disperato di confessare, e così, dietro il peccato, vedere Dio. 
Questa fu la sua grande presunzione, ma presunzione giusta, quella di dare alla scrittura una funzione spirituale tramite il romanzo, il suo nuovo romanzo, il suo nuovo modo di scrivere romanzi. 
Tutto questo è difficile da spiegare a chi non è interessato a quello che Kerouac crede sia la dimensione spirituale della vita, che non è l'essere buoni ma dare un senso alla vita attraverso la propria vita interiore qualunque essa sia. 
Si tratta allora di mettere al centro della scrittura la propria vita interiore non nel senso intellettuale del termine ma nel senso del cuore; Kerouac sentiva fortemente di avere un'anima, un cuore che soffriva ma non poteva fare altro che scriverlo, solo questo, solo questo sapeva, poteva fare. 
Riscattava la sua vita di sofferenza con la scrittura che non lo salvava, la scrittura non ci salverà, non ci salverà la scrittura, non salva dalla sofferenza ma con la scrittura la sofferenza sarà redenta.
(Redento: Ritornato alla condizione libera, alla piena dignità morale)


Dianella Bardelli


Dianella Bardelli è nata a Livorno nel 1947 e risiede a Selva Malvezzi ( Bologna ). 
Per molti anni ha insegnato Lettere presso l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani di Bologna. 
Ha pubblicato la raccolta di poesie Vado a caccia di sguardi per l’editore Raffaelli di Rimini (2008), Il romanzo Vicini ma da lontano, edito da Giraldi (2009), il romanzo I pesci altruisti rinascono bambini sempre per l'editore Giraldi (2010) e il romanzo Il Bardo psichedelico di Neal presso le edizioni Vololibero, ispirato alla vita e alla morte di Neal Cassady, l'eroe beat. 
Nel 2014 ha pubblicato il romanzo Verso Kathmandu alla ricerca della felicità per l'editore Ouverture. 
Accanto alla sua attività di scrittrice, guida corsi di Scrittura Creativa secondo il Metodo della poesia e prosa spontanea. Fa volontariato presso l'Hospice di Castel San Pietro Terme (Bologna). 

Cura il blog La scrittura su cui sono apparsi estratti dei testi che compongono questi interventi.



Gli interventi precedenti.




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