28 giugno 2016

Non scritto, di Claudio Salvi

Claudio Salvi presenta dei lavori di scrittura e immagine, ma queste premesse possono essere disattese.

Luigi Ghirri, Alpe di Siusi 1979

maniche di camicia nella sala della casetta di s. – f. dorme, la porta chiusa. fa freddo. il camino è spento. il cielo coperto. a letto alle tre e trenta nella notte. usciti con il cane, seduti sulle panche di pietra accanto al forno. le nuvole impedivano la vista delle stelle. non c’è un rumore, nota lei. non un gufo. solo il verso dei ghiri o di qualche altro animale.

l’aria ferma, siamo entrati dentro il bosco sul sentiero dove il cane si è liberato.

ora la cima delle montagne è coperta dalle nuvole. sento il ticchettio della pendola cucù. dalla finestra vedo o. che ha la giacca colorata e il balcone della casa e le piante sotto il balcone.

questa notte con la porta aperta è entrato dentro casa un ragno giallo. era impacciato sul pavimento di pietra. lei racconta di avere fotografato ragni molto grandi nelle loro ragnatele. lo dice fuori mentre il suo cane si rotola sull’erba. quando torniamo a casa, dice, ha odore di erba.

in bagno il suo costume nero appoggiato al termosifone. sento il suo odore dolce e odore di urina. pantaloni lunghi, calze di lana. vorrei domandarle perché non porta calze da donna però mi manca il coraggio di farlo. nel bosco rumore di castagne che piombano giù dagli alberi.

mi chiama cinzia. al femminile. si difende. siamo soli nella casetta vicina alla casa grande. dormo sul soppalco dove il tetto è inclinato e c’è un lucernario. lei dorme nella camera matrimoniale con le imposte chiuse. per me la luce è importante. a lei sembra indifferente.

guardo i miei dipinti appesi al muro. le parti del volto sembrano depositate per caso dal pennello e non dove dovrebbero essere ma scostate. come forme involontarie. forse proprio dove devono trovarsi. mentre il resto è stato imposto dal desiderio di fare una figura.

o. si muove avanti e indietro nel giardino. anche se lui lavora senza il desiderio di farlo.

con il solo cappotto addosso rabbrividisco. mi sono coperto questa notte con il pile nero sopra il plaid di lana. le frange del plaid mi toccavano la faccia. i piedi erano scoperti. i miei piedi grandi. ho dormito e non ricordo di avere sognato. ma il sonno non era tranquillo.

ieri sera si è ingozzata di pizza. poi si è distesa sul divano e mi ha guardato.

in cucina ha scoperto la pancia. china davanti al camino le vedevo le mutande nere e la base nuda della schiena. volevo accarezzarla e mi è mancato il coraggio di farlo.

un rocchetto di filo bianco infilato in un perno della macchina da cucire. un rocchetto di filo blu. l’orologio a pendolo segna le undici e venti. mia madre è al mare. le ho chiesto di comprarmi un vestito e non sembrava contenta. ma ha detto, sono in pensione quindi non devi preoccuparti. mi ha fatto sentire incerto.

tutto qui denuncia l’operosità dei padroni di casa. accanto al cesso ci sono due flaconi di detergente. al mio fianco la macchina da cucire con il rocchetto di filo bianco. le ceste di vimini per la raccolta della legna. l’ordine di tutte le stanze. la scrivania occupata da libri, dispense e fogli. il giardino curato. una casa in costante attività. che mi permette di scrivere queste righe.

sono a capotavola di un tavolo di legno lungo e stretto. dalla parte opposta la sedia a dondolo vuota dove sedevo ieri notte. in fondo alla stanza due divani e sul muro i miei quadri. il soffitto è basso di travi dipinte di bianco. c’è una lanterna sottile appesa a un angolo. il pavimento di pietra. la porta di cristallo. fuori una pianta con i fiori profumati e le foglie degli alberi davanti alla montagna.

ieri notte abbiamo guardato l’albero di pungitopo. è l’albero femmina, diceva f., perché fa le bacche. le ho guardate, ne ho presa una e l’ho rotta tra le dita. l’albero ha il tronco grosso. le sue foglie sono scure e lucide. mentre guardavo l’albero il cane andava in giro per il giardino.

a. è in cucina che lavora. ha portato sul tavolo un pacchetto di farina dove, dice, ci sono ragnatele. lo riporto, dice, l’hanno tenuto all’umido.

f. dorme. il cane scende e a. lo porta in giardino. la zia legge sul divano. osserva i miei dipinti, non le piacciono. perché ha smesso, dice, poteva migliorarsi. si appoggia a un bastone di legno. le sedie e il tavolo sono di legno.

a. parla dei topi di campagna che sono entrati dentro casa. nella trappola è rimasto incollato un topolino. gli ha visto un tratto di coda. un altro è stato ucciso dal gatto che glielo ha portato cadavere. dei topi intrappolati si occupa o. devono essere uccisi.

è passato mezzogiorno. la stanza è fredda, il camino spento.

parlano f. e e. sedute sul divano. parlano di bambini. della bambina che f. cura questi giorni. del bambino di qualcuno precoce. di una bambina che non sa parlare e ha cinque anni.

poi f. accende il fuoco nel camino. e pulisce lo sportello di cristallo sporco di fuliggine. pulisce senza fretta. ha movimenti lenti. indossa pantaloni verdi e un maglione a righe nere e viola. ha raccolto i capelli. la zia dice che il bambino è di una vivacità fuori misura, non sta fermo un momento. che hanno un appartamento al primo piano di duecento metri quadrati. tutto moderno. in mezzo a un parco, con tanto verde intorno. a cracovia che pronuncia gracovia.
domenica

l’aria è fredda. colpi di fucile. ieri nella valle vicina i cani abbaiavano, molti cani, una battuta di caccia. f. che non può stare zitta fischietta.

solo al tavolo. il camino spento. ho dormito sul soppalco, mi sono svegliato con un leggero mal di testa. odore di legna bruciata. odore di lei, dei cerotti che teneva sul collo. il suo odore di ragazza. mi sono coricato. ho sentito bussare alla porta. era lei, mi sono affacciato e ho lasciato penzolare le gambe fuori dal soppalco. mi chiede di scendere, di giocare insieme a loro. scendo in maglietta e pantaloni. l. dorme sul divano. giocano. f. scatta furiosa quando m. le dice che il suo tempo sta per scadere. è un gioco noioso. mi stendo sul divano a piedi nudi. le guardo la forma del seno. mi domando come può essere così basso, all’altezza della pancia. le guardo i piedi.

squilla il telefono di casa, due volte.

seduti vicini sul prato sotto il rifugio. seduti vicini anche m. e l. io e lei insieme al cane giriamo attorno a una vecchia stalla. sembra fatta con un forno di ferro piazzato sotto un tetto. niente dentro e niente nella gabbia dei cani. scendiamo fino al limite del prato dove c’è un campo di felci. qui, dice lei, era tutto tagliato quando il rifugio era aperto. chiude oggi e i gestori si sono messi a piangere.

al rifugio ho bevuto caffè. gli altri cioccolata calda e o. del vino rosso. c’erano i vecchi seduti alle mie spalle che parlavano con il gestore. il gestore portava pantaloni militari. bruno, con il naso lungo. fuori sole così forte che abbagliava. il lago un riflesso contornato da lingue di terra. difficile guardare le montagne e le vallate controsole.

o. si è steso sopra una panca. e. ha portato la mano al viso e ha chiuso gli occhi. mi sono appoggiato alla ringhiera del parapetto.

la donna toccava con la punta delle dita gli occhi asciutti. prima di piangere è passata attraverso la porta dietro il banco. f. racconta che quando è andata a salutare l’hanno abbracciata e hanno pianto.

mi sono masturbato ieri sotto la doccia calda.

volevo appoggiarle una mano sulla schiena. ma portava un piumino celeste e mi sembrava stupido. camminiamo insieme per la strada a tornanti in discesa. ci sorprende il buio. al tramonto il bosco ha la luce di una chiesa. solo le chiese hanno questa luce, dico e lei non risponde.

scopre la pancia che ha piatta.

raccogliamo le castagne sul bordo della strada. con i piedi rompe il riccio e tira fuori due o tre castagne. non sappiamo se sono buone, se hanno il verme. sono piccole. lei guarda i gusci rotti e le castagne spaccate dagli animali. ci sono ghiande sul terreno.

le gambe, i piedi, chiede, come vanno.

quando chiede delle gambe e dei piedi sento che vuole dire qualcosa di diverso. a un certo punto sulla strada di casa mi zittisce per ascoltare qualcosa. ha paura di incontrare un cinghiale. forse dice quello che vuole sentirsi dire. di stare zitta, dei suoi piedi e delle sue gambe.

sento il cinguettio di un uccello. le ombre sono oblique.

tu canti bene, dico. risponde con un tono di voce più alto. con circospezione. sua cugina, dice, ha davvero una bella voce. lei è timida, non canta volentieri in pubblico. cammina qualche metro avanti. ha tirato una fascia elastica sopra i capelli. ricorda un turbante che le lascia nuda la nuca. porta scarponcini da montagna. jeans. ci fermiamo al buio per ascoltare una civetta. ma lei è delusa perché non sentiamo il rumore di altri animali.

tutta la sera il camino acceso. questo camino con il suo tiraggio consuma facilmente i legni più grossi. al nostro ritorno troviamo m. e l. coperti da lenzuola sui divani.

ho i polpacci duri. mangio tanto. lasagne, scaloppine. guardo una bella maschera africana di legno, dipinta in bianco e nero. è appesa sopra il camino. un rilievo scolpito su una tavola di legno. la sua espressione è senza fatica, più bella di una caricatura. sento colpi di fucile.

lunedì

raccolta l’uva americana insieme a o. un filare di vite sul ciglio di un terrazzamento. l’uva tagliata attira le vespe.

trovo f. sotto la trapunta nella camera buia. illumino la camera aprendo la porta. dico sono le dieci e mezzo, risponde con un filo di voce. la porta di casa rimane aperta. l’aria si riscalda. qualcuno discute in cucina.

e. sbuccia gli acini d’uva e se ne scusa, perché non è troppo educato. non sente bene, le piace parlare di sé. adesso si trova in giardino dove ha spiccato gli acini d’uva americana dai graspi.

le undici. scende il cane. appoggia il muso sul divano. aspetta che batta la mano sui cuscini, poi salta su e si accuccia accanto a me. penso: il più forte dei cani e il più debole degli uomini. penso che sono debole mentre giocano a quel gioco noioso.

in cucina odore di uva fragola. il mio ozio.

scende a piedi nudi. infila le scarpe di gomma. riempie una tazza di latte caldo poi esce in giardino per prendere un po’ di sole. da dove mi trovo posso osservarla senza essere visto. perché l’interno della casa è in ombra. mi sono seduto sulla sedia a dondolo e un raggio di sole mi ha scaldato le gambe.

una passeggiata in paese. la sagra: uomini in costume antico suonano flauti di pan, figuranti ballano un ballo elegante. la sagra della zucca e della castagna.

guardo le gambe di f., distesa al sole sulla sedia sdraio. m. e l. distesi sul prato. non so cosa fare.

vedo m. e l. seduti che guardano qualcosa.

attraverso il boschetto fino alla strada. nel campo sportivo sono allestiti dei tavoli. coda all’ingresso. la loro inattività mi agita.

e. pulisce gli spinaci raccolti nell’orto. a. e o. sono saliti in cima al bosco a raccogliere castagne. ho fame. qui però mangiare è un attimo. è sufficiente apparecchiare. la mia coscienza.

tornati dalla gita in paese. dice che è piena di vino caldo. porta una torta di castagne che appoggia sul tavolo. adesso stacca le foglie dai fiori che ha potato. ha guanti bianchi da lavoro. quando si piega scopre la base della schiena. il suo modo di camminare rigido, maschile.

dal balcone cerca di prendere con un bastone il ramo di una pianta troppo cresciuto. quando lo ha preso lo lega al parapetto.

il piacere di vederla da lontano perché sembra un maschio molto giovane.

il giardino è terrazzato. occupa una porzione del fianco di questa montagna. ci sono abeti e pini. e dietro la casa un platano. dove c’è la roccia sporgente.

il cielo è chiaro ma velato di foschia. il bosco ha i colori autunnali. soffia vento freddo.

attraverso la finestra sbarrata vedo un quadro diviso in riquadri per le proporzioni. m. si è alzato e l. è distesa, i piedi rivolti da questa parte. il balcone ripara le piante accanto alla porta di ingresso. m. si siede accanto a lei. chiude gli occhi e offre la faccia al sole. sul balcone sventolano piccole bandiere colorate. i colori sbiaditi dalla luce.

si baciano e si stringono con le braccia alzate. il bianco della felpa di l. mi abbaglia.

finito di pranzare. in casa con m. appena caricato il camino di un grosso tronco. gli altri in paese. quando mi ha chiesto di andare e ho rifiutato f. non ha saputo nascondere la sua delusione. il sole da questa parte è andato via. al suo posto l’ombra fredda. indossiamo le giacche, e. uno scialle beige.

f. ha i piedi nudi nei sandali di gomma. quando si alza dice, ho i piedi gelati. corre in casa a infilare un paio di calze.

le ho guardato le gambe quando era addormentata sulla sdraio. le ho guardate dalla finestra al primo piano e quando passavo per il giardino. e. era seduta poco più in là. eravamo rimasti soli.

a. è venuta ultima con un sacchetto pieno di castagne. quando e. le dice che l’abbiamo invitata e lei non è voluta venire, a. risponde dura che lei fa quello che vuole. la vecchia tace. mangiamo spaghetti, salame, formaggio, lardo e pane.

qui è ombreggiato, invece dall’altra parte della valle il sole splende. fa freddo, anche se il sole ci ha scaldati durante il giorno. il tempo è passato. ho guardato il fuoco, un buon impiego di tempo, l’illusione di impiegarlo bene.

le mie dita odorano di legna e di fumo dopo che ho caricato il camino. m. non se ne occupa, sul divano.

il cane dorme sotto il camino. agita le zampe posteriori malate. la cartilagine si assottiglia. sono disarticolate.

colpi di fucile fanno eco nelle valli. qualcosa del capodanno adesso. l’orologio suona le cinque del pomeriggio. sono stanco. sono rimasto solo questi giorni.

ho letto poche righe di un vangelo ieri notte. lettura che mi ha affaticato. ho chiuso il libro e dopo avere spento la luce sono rimasto sveglio a guardare nel buio. la trave del soffitto e il lucernario. poi lei aveva bussato e era entrata. ho buttato le gambe giù dal soppalco. ha chiuso la porta e sono rimasto qualche minuto al buio. in attesa che gli altri andassero a dormire.

racconta che questa notte dopo avere pisciato sentiva freddo. è venuta qui e ha tirato il cassetto del camino che aumenta il tiraggio. il fuoco è divampato. è rimasta stupita a guardarlo per mezz’ora.

questa notte ho mangiato un pezzo di lasagne che era nel frigo. e a pranzo a. ha detto che questa sera mangeremo gli avanzi di ieri e una frittata di spaghetti avanzati che a nessuno piace.

nell’orto ho raccolto qualche foglia di basilico. le piante erano mangiate e macchiate. ho preso due foglie e le ho messe in bocca.

f. ha chiesto i fazzoletti da naso e e. le ha dato un fazzoletto di stoffa. l’ho vista sputare per terra. diceva che la disgusta sputare ma che doveva farlo.

seduti a tavola intorno al gioco. litigano e solo a. può dire chi ha ragione. alzano la voce. guardo il fuoco nel camino. aspetto che finiscano poi mi alzo e salgo in camera. mi spoglio, salgo sul soppalco e mi distendo a luce spenta.

quando f. si è alzata posso sentire il rumore dei passi sul pavimento. desidera avere una voce il cane.

il sole illumina la cima della montagna. qui gli alberi sono opachi. il sole è andato via. rimane la luce del giorno.

Claudio Salvi



Claudio Salvi è un grafico. 

Con Gessica Franco Carlevero, che è stata sua insegnante di scrittura a Torino nel 2011, collabora alla costruzione del Cantiere di scrittura.

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