26 giugno 2016

L’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente. Di Dianella Bardelli


Per sei fine settimana il Cantiere ospita una serie di interventi sulla t
eoria e pratica dell'improvvisazione di poesia e prosa spontanea a cura di Dianella Bardelli. 



n. 3 L’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente. 
Le origini


di Dianella Bardelli


Kerouac, Ginsberg e Burroughs

Nella letteratura italiana c’è l’impero della tradizione.
Molti pensano che il poeta sia colui che lima i suoi versi, cioè li abbellisce. E il narratore colui che scrive una storia in cui siano presenti chi la racconta, una trama cronologicamente impostata, dialoghi, descrizioni.
Questo avviene perché in Italia tendenzialmente non si sa improvvisare. Sovente si pensa che in poesia e prosa improvvisare non si possa fare. Magari in teatro sì, in poesia e prosa no.
Quelli che pensano così non sanno che l’improvvisazione di poesia e prosa è uno stile, fa parte di un canone creato da Jack Kerouac e Allen Ginsberg negli USA a partire dalla metà degli anni ’40.
Jack per primo capì che l’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente. E’ il ritmo della mente. Sì, perché l’unione di cuore e pensiero produce in poesia e in prosa un ritmo determinato, un andamento molto determinato ma spontaneo, che in quanto tale non si può correggere. Oppure lo si può fare in minima misura e non per abbellire, confezionare meglio il prodotto. 
Quando iniziò a pensare al suo romanzo On the road, Kerouac decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di essere raccontata. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni. 
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi, si raccontava direttamente la condizione della mente umana. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure. La prosa spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono. Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati.
Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro: il poema Urlo, e le altre centinaia di sue poesie. 
Ma di cosa si tratta concretamente?
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più.
Ha dovuto scrivere un romanzo di 1000 pagine impiegando due anni e mezzo per accorgersene.
Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sotto testo, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura. 
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze.
Prima di tutto il nuovo stile del jazz degli anni ’50, il Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s, artisti come Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton.
Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco?
Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa.
E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che Neal Cassady gli aveva scritto e che Jack aveva prestato a Allen Ginsberg e che lui aveva prestato a Gerd Stern che poi l’aveva persa; e così noi non l’abbiamo mai potuta leggere. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver.
La prosa e la poesia spontanea sono dunque gli strumenti con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.

Dianella Bardelli

Dianella Bardelli è nata a Livorno nel 1947 e risiede a Selva Malvezzi ( Bologna ). 
Per molti anni ha insegnato Lettere presso l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani di Bologna. 
Ha pubblicato la raccolta di poesie Vado a caccia di sguardi per l’editore Raffaelli di Rimini (2008), Il romanzo Vicini ma da lontano, edito da Giraldi (2009), il romanzo I pesci altruisti rinascono bambini sempre per l'editore Giraldi (2010) e il romanzo Il Bardo psichedelico di Neal presso le edizioni Vololibero, ispirato alla vita e alla morte di Neal Cassady, l'eroe beat. 
Nel 2014 ha pubblicato il romanzo Verso Kathmandu alla ricerca della felicità per l'editore Ouverture. 
Accanto alla sua attività di scrittrice, guida corsi di Scrittura Creativa secondo il Metodo della poesia e prosa spontanea. Fa volontariato presso l'Hospice di Castel San Pietro Terme (Bologna). 
Cura il blog La scrittura su cui sono apparsi estratti dei testi che compongono questi interventi.



Gli interventi precedenti.




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