26 maggio 2016

Leggere Proust è un'esperienza necessaria per chi scrive, secondo Julia Kristeva

Julia Kristeva, fotografia di Jean-Luc Bertini

Ho imparato il francese nel mio paese natale, la Bulgaria. Appena era sufficientemente migliorato affinché il nostro professore potesse darci da leggere dei libri importanti, ho scoperto Proust attraverso due frasi: " I bei libri sono scritti in una sorta di lingua straniera", e "Dovere e compito di uno scrittore sono quelli di un traduttore" […] 
Leggendo queste parole di Proust ho avuto l'impressione che rappresentassero qualcosa che mi apparteneva: si trattava di entrare nel profondo di me stessa come in un libro cifrato e carnale per tradurlo in un altro, da far leggere e condividere. Questo lavoro di interpretazione del testo sarebbe diventato in seguito il mio mestiere […] 
Scrivere per Proust è per lo meno intimidente. 
Io scrivo la notte, romanzi soprattutto, e a volte mi succede di prendere delle pagine della Recherche e di gustarle, sentirle, di incorporarle, e in questo stato un po' allucinatorio di immergermi nella lingua francese, una lingua adottiva che ora è la mia lingua, vigilante e sensibile. 
E' più che un esercizio, la lettura di Proust è una vera esperienza, a cui, credo, ogni scrittore dovrebbe aprirsi per trovare la propria via. Ma la strada è tracciata dal "piccolo Marcel".

(Julia Kristeva, L'immaginaire in Un été avec Proust, Paris, Editions des Equateurs, 2014)

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