4 febbraio 2016

Proust e il tempo nei romanzi

Fotografia di Alessandro Baccara

Il protagonista, Proust, la voce narrante insomma, sta crescendo e vuole diventare uno scrittore. 
Sua madre regretta la scelta, preferirebbe per lui una carriera diplomatica. Suo padre, invece, persona severa, austera e razionale, contrariamente a quello che ci si aspetterebbe, appoggia l'idea. 

"Ma lascialo, disse mio padre, bisogna innanzitutto provare piacere in quel che si fa. Non è più un bambino. Ora sa bene cosa gli piace, è poco probabile che cambi, è in grado di rendersi conto di quello che lo renderà felice nell'esistenza".

E il protagonista, Proust, la voce narrante, che non si aspetta per niente quelle parole, rimane turbato. 

"Oggi, come un autore si spaventa a vedere le sue fantasticherie che gli sembrano senza gran valore perché non le separa da se stesso, a obbligare un editore a scegliere la carta, a usare dei caratteri fin troppo belli, mi domandavo se il mio desiderio di scrivere fosse qualcosa di abbastanza importante perché mio padre dispensasse alla causa tanta bontà".

E poi fa un pensiero sul tempo, il suo andare, il non rendersene conto, la paura di comprenderlo, e la rapidità del tempo nella letteratura, che mi sembra bellissimo.

"Ma soprattutto, parlando dei miei gusti che non sarebbero più cambiati, di quello che era destinato a rendere la mia esistenza felice, insinuava in me due terribili sospetti. Il primo era che (visto che ogni giorno mi consideravo sulla soglia della mia vita ancora intatta che non avrebbe iniziato che l'indomani) la mia esistenza era già cominciata, e ancora di più, che quello che sarebbe seguito non sarebbe stato tanto differente da quello che aveva preceduto. 
Il secondo sospetto, che in realtà era solo un'altra forma del primo, è che non ero fuori dal Tempo, ma sottomesso alle sue leggi, come i personaggi dei romanzi che perciò mi rendevano così triste quando leggevo la loro vita, a Combray, nella mia garitta di vimini. Teoricamente si sa che la Terra gira, ma in effetti non ce ne rendiamo conto, il suolo su cui camminiamo non sembra muovere e viviamo tranquilli. E' lo stesso per il Tempo della vita. E per rendere la sua fuga percettibile, i romanzieri sono obbligati, accelerando follemente i giri della lancetta, a far vivere al personaggio dieci, venti, trent'anni, in due minuti. All'inizio della pagina abbiamo lasciato un amante pieno di speranza, alla fine della successiva lo ritroviamo ottuagenario, che fa la sua passeggiata quotidiana nel cortile di un ospizio, rispondendo appena alle parole che gli rivolgono, avendo dimenticato il passato. Dicendo di me: "Non è più un bambino, i suoi gusti non cambieranno più eccetera", mio padre mi faceva all'improvviso comparire nel Tempo, e mi causava lo stesso genere di tristezza che se fossi stato non ancora ricoverato rammollito, ma quegli eroi di cui l'autore, con un tono indifferente e particolarmente crudele, dice alla fine di un libro, "Lascia sempre meno la campagna. Ha finito per risiedervi definitivamente".

(Marcel Proust, A l'ombre des jeunes filles en fleurs, Paris, Gallimard, 1988)

Traduzione di Gessica Franco Carlevero

Nessun commento: