26 gennaio 2016

Vintage, una parola magica


Da quando abbiamo cominciato i lavori nella casa della foresta (la casa per le residenze di scrittura in Provenza) ho cominciato a familiarizzare con una serie di questioni prima sconosciute come fosse settiche, tubi di evacuazione, scarico dei fumi, potatura di alberi eccetera.
Ora è qualche tempo che ci dedichiamo all'arredamento, e nel girare per rigattieri, brocantes e siti internet, mi sono accorta di come certe parole abbiano la capacità di rivalutare gli oggetti.
Un tavolo di formica con le gambe in ferro per esempio. 
Un po' tutti l'hanno avuto, magari coperto da una bella tovaglia cerata a fiori. E un po' tutti han sempre pensato che bella porcheria, e non vedevano l'ora di sbarazzarsene.
Se lo stesso tavolo però si trova su una rivista, o in un atelier gestito da giovani furbi con le barbe lunghe, le zazzere gonfie e i calzini a vista, lo stesso tavolo allora diventa un tavolo vintage. 
E la semplice parola vintage ha la capacità di trasformare una cosa orrenda in una cosa ricercata.
Pensavo se può funzionare con le persone. 
Una donna che ha avuto tre figli, per esempio, con due rotoli sulla pancia, i capelli crespi, le rughe intorno alle labbra, o un uomo calvo, con i denti gialli, gli occhi piccoli da vent'anni di lavoro d'ufficio. 
Se bastasse dire quella donna è proprio vintage coi suoi seni fiacchi, oppure, guarda quell'uomo, com'è vintage coi suoi peli sulla schiena e la pancia molla. 
E via, tutti a correre dietro la donna e l'uomo vintage.

Frances Benjamin Johnston

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