7 gennaio 2016

Inno, di Czesław Miłosz, vorrei leggerla sempre

Czesław Miłosz

Le vacanze veneziane sono state a casa del nonno di S. 
Il nonno di S. non c'è più e nella sua casa sono rimaste le sue cose, i suoi libri, molti. 
Ne abbiamo preso qualcuno, per esempio Poesie di Czesław Miłosz. Ieri sera lo leggevo e pensavo come Inno, la poesia che apre Tre inverni, sia speciale. 
Poi andando avanti ho trovato un foglietto tra le pagine. Il nonno di S. lasciava sempre foglietti tra le pagine. Non l'ho incontrato mai ma conosco la sua scrittura, i suoi gusti di lettura, i suoi pensieri sui libri, dai suoi biglietti.
Il biglietto che ho incontrato ieri diceva, 

Inno, vorrei leggerla sempre.

Da Tre inverni

Inno

Non c’è nessuno fra te e me.
Né pianta che attinge i succhi dal profondo della terra,
né animale, né uomo,
né vento che cammina fra le nuvole.

I più bei corpi sono vetro trasparente.
Le fiamme più ardenti acqua che lava i piedi stanchi
dei viaggiatori.

Gli alberi più verdi piombo fiorito nel cuore della notte.
L’amore è sabbia inghiottita da labbra aride.
L’odio una brocca salata offerta all’assetato.
Scorrete, fiumi; alzate le vostre mani,
città! Io, fedele figlio della terra nera, farò ritorno
alla terra nera,
come se la mia vita non fosse stata,
come se canzoni e parole create le avesse
non il mio cuore, non il mio sangue,
non il mio esistere,
ma una voce sconosciuta, impersonale,
solo lo sciabordio delle onde, solo il coro dei venti,
solo il dondolio autunnale
dei grandi alberi.

Non c’è nessuno fra te e me,
e a me è data la forza.
Le montagne bianche pascolano sulle pianure della terra,
vanno verso il mare, alla loro abbeverata,
soli sempre nuovi si inchinano
sulla valle del piccolo e stretto fiume dove sono nato.
Non ho saggezza, né talento, né fede,
ma ho avuto la forza, essa lacera il mondo.
Onda pesante mi infrangerò sulle sue rive
e me ne andrò, farò ritorno nei territori delle acque eterne,
e un’onda nuova ricoprirà di schiuma le mie orme.
Oscurità!

Tinta dal primo chiarore dell’alba,
come il polmone strappato da una bestia squarciata
ti dondoli, ti immergi.
Quante volte ho navigato con te
trattenuto nel mezzo della notte,
sentendo una voce sulla tua chiesa agghiacciata,
il grido dell’urogallo, il fruscio dell’erica,
e due mele brillavano sulla tavola
o le forbici aperte rilucevano –
– e noi eravamo simili:
mele, forbici, oscurità e io –
sotto la stessa, immobile,
assira, egiziana e romana
luna.

Si alternano le stagioni, uomini e donne si accoppiano,
i bambini nel dormiveglia fanno correre le mani sui muri,
disegnando terre oscure col dito bagnato nella saliva,
si alternano le forme, crolla ciò che sembrava invincibile.

Ma fra gli Stati sorgenti dal fondo dei mai,
fra le vie scomparse, al cui posto
si innalzeranno monti costruiti con un pianeta caduto,
contro tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa,
si difende la giovinezza, limpida come pulviscolo solare,
né del bel né del male invaghita,
inviata sotto i tuoi immensi piedi,
perché tu la schiacci, la calpesti,
perché tu col tuo alito faccia muovere la ruota
e l’esile struttura tremi al suo movimento,
perché a lei tu dia fame, e agli altri sale, pane e vino.

Ancora non risuona la voce del corno
che chiama gli sbandati, chi giace nelle valli.
La ruota dell’ultimo carro ancora non rimbomba
sul suolo gelato.

Fra te e me non c’è nessuno.


Parigi, 1935

(Czesław Miłosz, Poesie, Milano, Adelphi, 1983)

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