28 gennaio 2016

Gli affanni degli esordienti


Su una rivista avevo letto un’intervista di Philip Roth in cui parlava della scrittura.
Il mio consiglio a un giovane scrittore? Diceva a un certo punto Roth, smettere di scrivere.
Mi era parso enigmatico.
Quando tutti dicevano che scrivere è questione di allenamento, la scrittura è un muscolo, la scrittura come artigianato, metafore di ogni genere per dire di farlo, a ogni costo: scrivere e scrivere, almeno un’ora al giorno, almeno il fine settimana, anche solo una riga su un fazzoletto di carta, ma farlo, sempre.
Invece Roth, che ha esordito a ventisei anni e fino a settantanove, quando ha deciso di ritirarsi, ha scritto ventiquattro romanzi, a un giovane scrittore dice di smettere di scrivere.
Lo trovavo insolito, non capivo, ma mi piaceva come consiglio.

Intanto c’era un’altra cosa che mi girava in testa, l’avevo letta in Il rumore sottile della prosa di Giorgio Manganelli.

Supponiamo che mi si presenti un giovane che si ritenga, a torto o a ragione, destinato a essere scrittore... Che cosa vorrei dirle? Che per scrivere l'Amleto, o anche molto meno, l'università di lettere non le darà nulla. Le consiglierei di iscriversi a chimica, archeologia, geologia. Lei ha bisogno di metafore, di allitterazioni, di iperboli. Ha bisogno di perdere tempo e di commettere errori. Le serve il cattivo gusto, ha bisogno di letture sciocche e inattendibili. Ha bisogno di refusi. In una parola: non pensi di imparare a scrivere frequentando chi frequenta la letteratura. Niente di peggio di fare letture giuste; di sapere quello che si sta facendo. Lei dice di essere Shakespeare? Può darsi, anzi, ci credo. Per questo le dico: si iscriva a geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate.

Come per dire che chi si sente destinato a fare lo scrittore, intanto, è meglio se si occupa di altro.
L’essere destinato a qualcosa, eppure andare da un’altra parte.
Ne parlavo anche con un professore di religione, ci siamo conosciuti a un ricevimento di battesimo. Avevamo parlato, bevuto spumante, fumato sigarette tutto il pomeriggio e il discorso era finito sui suoi studi di teologia e la vocazione che aveva sentito a un certo punto. Aveva seguito tutta la trafila, ma poi al momento di prendere i voti aveva lasciato perdere e era andato in un’altra direzione. Sentiva di dover fare delle altre cose, prima. In dubbio non era la sua fede, il suo rapporto col Signore, ma quello che avrebbe potuto dare agli altri se prima non faceva altre cose, diceva.
Aveva bisogno di una casa, delle preoccupazioni qualsiasi, di una professione.

Un po' quello che diceva Viktor Šklovskij nel suo libro Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica.

Lo scrittore ha bisogno di una seconda professione: non per non morire di fame, ma per scrivere opere letterarie. E questa seconda professione non la deve dimenticare, deve bensì lavorarci; deve essere fabbro oppure medico, oppure astronomo. Al momento di entrare nella letteratura questa professione non te la puoi scordare nell'anticamera, come se si trattasse di un paio di calosce.
Conoscevo un fabbro che un giorno mi portò dei versi; in questi versi lui "frantumava col martello la ghisa delle rotaie". Gli feci la seguente osservazione in proposito: tanto per cominciare le rotaie non vengono forgiate, ma laminate, in secondo luogo le rotaie non si fanno con la ghisa, ma con l'acciaio, in terzo luogo, non si dice frantumare, ma forgiare, in quarto luogo, visto che lui è un fabbro, tutto questo lo dovrebbe sapere meglio di me. Al che lui mi ha risposto: Sì, ma questi sono versi.
Il fatto è che per essere poeti bisogna portarsi dietro la propria professione nei versi, perché l'opera d'arte inizia da un rapporto specifico con le cose.

A questo punto ripenso a Roth. Il mio consiglio a un giovane scrittore? Smettere di scrivere.
Forse un invito all’attesa, un invito a prendersela con calma, a non avere fretta di diventare scrittore.
Perché scrivere presto, al limite, uno scrive quando vuole. 
Ma pubblicare presto, subito, può essere rischioso.
Come uscire di casa il primo giorno che si ha trentasette dopo una settimana a trentanove, l'indomani si ricomincia da capo con trentanove.
Penso a uno degli scrittori italiani più noti, Andrea Camilleri. Camilleri ha cominciato a scrivere a dodici anni, ma il suo primo libro Il corso delle cose, è uscito nel 1978, quando ne aveva cinquantatré, pubblicato da Lalli, un minuscolo editore a pagamento toscano.
Tra l’altro Il corso delle cose è uscito dopo dieci anni di rifiuti, eppure oggi Camilleri ha pubblicato un centinaio di libri, venduto milioni di copie, è tradotto in centoventi lingue e ha ricevuto nove lauree honoris causa.

In un’intervista su Oggi del 1999 Camilleri diceva 
Scrivere un romanzo vuol dire mettere a nudo pensieri e sentimenti, è un rischio che ci si accolla, magari, con la saggezza dei 60 anni, dopo che un lavoro decente ti ha regalato la pensione.

Andare piano, allora, senza affanni. 
Dedicarsi a un mestiere, frequentare il circolo del biliardo, continuare a scrivere, se si vuole farlo, e magari  se col tempo la voglia passa e si comincia a suonare il sassofono o a pescare le trote, si è contenti lo stesso.
A pubblicare troppo presto invece, a meno di non essere estremamente saggi e imperturbabili, può capitare che si offuschino le idee, si assumano convinzioni, si venga colpiti da certe manie. E magari passa per la testa, una volta il primo libro uscito, di essere diventati Scrittore. E convincersi di voler abbandonare l'ufficio poco stimolante, il fidanzato poco letterato, la moglie troppo petulante. Invece di andare al cine, al sabato si va alle presentazioni dei libri, su FB si fanno amici gli scrittori e la propria foto compare su qualche blog letterario.

Ma dopo il primo slancio, magari un po' per volta cominciano a sorgere dei dubbi impertinenti.
Come mai non mi invitano al Festival di Mantova? Perché il mio editore non organizza una presentazione del mio libro neanche a pregarlo e sono costretto a proporlo alla rosticceria di Vito sotto casa? Perché sull'Indice dei Libri non mi recensiscono e a Fahrenheit non mi intervistano? 
E si patisce, si tribola, ce la si prende con il sistema dell'editoria, la politica, l'Italia intera e il fidanzato, che non ha nemmeno un amico giornalista. 
Ci si stente geniali e incompresi.

Se si fa passare un po' di tempo, se si esordisce più tardi, se si continua a andare in ufficio la settimana, il sabato in gelateria con figli e marito e la domenica a camminare nei boschi, forse certe paturnie si gestiscono con più serenità.

Poi certamente c’è Calvino, che ha pubblicato Il sentiero dei nidi di ragno a ventiquattro anni, Tondelli, che a venticinque ha pubblicato Altri Libertini, Il dialogo dei massimi sistemi è uscito quando Landolfi ne aveva ventinove. 
Ma un po’ i venticinque anni di quel tempo non corrispondono agli attuali, e soprattutto loro erano Calvino, Tondelli, Landolfi.


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