18 gennaio 2016

Emmanuel Carrère e la sua maniera di scrivere

Emmanuel Carrère

Su Doppiozero c'è un articolo dell'aprile 2015 di Gabriele Gimmeli in cui Emmanuel Carrère parla della sua attività di sceneggiatore e della sua maniera di scrivere libri.


Ecco, a questo proposito ci piacerebbe sapere come nascono i suoi libri...

Prima di tutto ci dev'essere il soggetto. So che ci sono molti scrittori che riescono a scrivere così, senza una direzione precisa, ma io non ce la faccio. E la ricerca di un soggetto può essere lunga, fatta di abbandoni e di piste imboccate che finiscono per risolversi in niente. Quello che conta davvero, però, è che quel soggetto lo devo sentire “mio”: devo avere l'impressione, anzi, la convinzione di poterne scrivere soltanto io, e nessun altro. È la mia “porta d'ingresso”. Senza questa convinzione, non penso valga la pena proseguire.

Una volta imboccata questa “porta”, si mette immediatamente al lavoro? Dai suoi libri si ricava semmai l'idea di una lunga sedimentazione dei materiali.

C'è un libriccino di Jean-Philippe Toussaint, dedicato alla scrittura, che s'intitola L'Urgence et la Patience. Ecco, direi che urgenza e pazienza stiano alla base del mio lavoro: da una parte c'è ovviamente la voglia di mettersi subito all'opera, dall'altra la consapevolezza di dover lasciar sedimentare l'idea. Del resto, la ricerca del soggetto non nasce all'improvviso. Prima c'è l'interesse personale, una lunga frequentazione con certi argomenti e certi temi, e poi, quasi all'improvviso, tutto questo trova un elemento unificante. Per esempio, all'origine di Limonov c'era l'intenzione di scrivere qualcosa sulla Russia post-sovietica: quando mi sono imbattuto nella vita di quest'uomo (poeta, scrittore, espatriato, mercenario, dissidente politico) ho capito che proprio attraverso di lui potevo raccontare mezzo secolo di Storia, da Stalin a Putin.

Nel suo ultimo romanzo, Il regno, lei scrive: «Quando mi raccontano una storia, mi piace sapere chi me la racconta. È per questo che mi piacciono i racconti in prima persona, e io stesso ne scrivo». Ma da cosa dipende realmente la scelta della prima persona singolare?

Vede, l'uso dei pronomi personali è molto simile a quello dei punti macchina nel cinema. I tempi verbali sono l'equivalente della focale. Può sembrare una semplice questione grammaticale, ma rivela una posizione ben precisa nei confronti del materiale narrativo, rimanda a un Pensiero, a una visione del mondo. In un saggio del 1920, Proust arrivava a sostenere che il modo con cui Flaubert aveva usato il participio presente, aveva avuto nella letteratura francese lo stesso impatto delle categorie di Kant nella filosofia europea.

La scelta della prima persona è una posizione “etica” quindi?

È una posizione di responsabilità: bisogna sentirsi responsabili di quello che si va a narrare. Penso che il dispositivo si debba vedere, e nei miei libri il dispositivo sono io. Potrà sembrare narcisismo, ma è solo una questione di onestà. Nel momento in cui decidiamo di avere a che fare con la realtà, dobbiamo essere consapevoli che essa può portarci in luoghi dove non avremmo mai sperato di arrivare, ma anche dove non avremmo mai e poi mai voluto trovarci. Il tentativo di giocare al piccolo demiurgo, di scrivere una “sceneggiatura” e poi aspettare che la realtà vi si adattasse, ho avuto modo di sperimentarlo sulla mia pelle [si riferisce al racconto Facciamo un gioco, N.d.R.], e ho concluso che non fosse il caso di rifarlo. Cerco di “sceneggiare” la realtà il meno possibile, di coglierla senza pretendere di costruirla. In questo, la mia esperienza come documentarista ha nutrito molto il mio lavoro di scrittore.

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