8 dicembre 2015

Le lettere di Bruno Schulz



Bruno Schulz, Autoritratto, 1933

Bruno era un epistoliereepistomane, epistovoro - la scrittura era per lui un surrogato alla realtà. Non ne fui cosciente immediatamente, all'inizio non ci lasciavamo mai per molto tempo. Ma sapevo che teneva una corrispondenza con diverse persone. E che questo occupava parecchio del suo tempo. 
Del resto è in queste lettere o meglio da queste lettere che è nato Le botteghe color cannella. Era già il segno che non trattasse gli scambi epistolari in maniera ordinaria. Che per lui non era questione di confidenze, di contatti di conversazioni. 
Lui, il mio uomo, viveva come in un altro universo. 
Evitava la banalità, a meno che non servisse per proteggersi. Nelle lettere non era obbligato a fingere. Era una sorta di gioco. Le considerava un allenamento specifico alla scrittura, come un'introduzione o un sotto genere della sua opera. Come degli esercizi di stile prima della scrittura reale. Ma esercizi sugli strati più profondi della sua anima, frazioni, frammenti, indirizzati ai destinatari più diversi. 
Celebrava la scrittura con altri. Sceglieva la carta e il momento adatto. In generale non scriveva direttamente in bella. A me per lo meno, ho visto delle brutte copie. Quaderni pieni di progetti o di lettere ricopiate. Tracciava con cura le sue lettere. Lentamente. Con una scrittura tonda, soffice. Come qualcuno che conosce la calligrafia, che l'ha appresa, che comprende il significato dell'aspetto e della forma di una lettera. Congiurava in parole i suoi umori, veleni e rimpianti. Ci si trovava tutto. Sempre più sovente, sfortunatamente, l'impotenza.

(Agata Tuszyńska, La fiancée de Bruno Schulz, Paris, Grasset, 2015)

Traduzione di Gessica Franco Carlevero


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