6 ottobre 2015

Alberto Alberti e il Mercato delle pulci di Velso Mucci

Alberto Alberti, disegno di Nicoletta Calvagna

Ho incontrato Alberto Alberti nel 2010, stava lavorando a un romanzo storico famigliare, un'impresa grande. Nel frattempo la sua attenzione si è spostata su Velso Mucci, uno scrittore oggi poco conosciuto, i cui scritti sono stati abbastanza dimenticati. 

In un'autobiografia del 29 maggio 1957 Mucci scriveva di sè:

Velso Mucci, disegno di Luigi Spazzapan

Nato a Napoli, il 29 maggio 1911. Di professione, scrittore. Vissuto a Firenze, Ancona, Torino, Parigi, Basilea e Roma. Studiato all'Università di Torino. Laureato in Filosofia nel 1934 con una tesi di estetica. A Parigi dal 1934 al 1940, direttore di una galleria di pittura moderna. Nel 1940 chiamato alle armi, in Italia, ammalatomi e mandato in licenza indeterminata di convalescenza...

Alberto Alberti. Torino, 1953. Si occupa di ricerche storiche e figure minori del ’900 italiano. Nel 2011, in occasione del centenario della nascita (Napoli, 2011 - Londra, 1964) ha organizzato un convegno sul poeta, critico e scrittore Velso Mucci. L'anno dopo ne ha curato gli Atti, e promosso la riedizione del suo romanzo, L’uomo di Torino, lavoro continuato con la pubblicazione di opere sue inedite e rare nel volume Mercato delle pulci. Collabora con la rivista Fermenti di Roma, L'immaginazione (Manni editore) e altri periodici. Fra gli interventi in convegno, Ricordo di Sinisgalli e altre cose, Montemurro, 2011 e La ristampa del romanzo L’uomo di Torino, Bra, 2014. Ha iniziato il tutto (e vorrebbe continuare, anche in altre cose) “accompagnato” da Gessica.

Grazie ad Alberto ho conosciuto Mucci, il suo romanzo L'uomo di Torino di cui ho già parlato in queste pagine, e recentemente gli inediti raccolti in questo bel volume Mercato delle pulci, edito da Scalpendi Editore. 

Come è nata l’idea di curare un libro di scritti inediti di Velso Mucci?
- Fondamentalmente dal fatto che di scritti inediti da pubblicare ce n’erano ancora.                           
L’idea di questo volume in particolare (intendo Mercato delle pulci) è stata la prosecuzione del lavoro iniziato con gli Atti del convegno del 2012 e la riedizione de L’uomo di Torino (uomo, dall’iniziale da sottolineare rigorosamente minuscola, nell’intenzione di Mucci essere primordiale di Pechino o di Cromagnon, da vivisezionare festosamente alla lente d’ingrandimento dell'esperimento antropologico e invece uscito di penna così carico di lacerazioni e di passioni da diventare magistralmente insieme Bildungsroman e confessione terminale, romanzo storico e atto di condanna di un periodo, di una famiglia e infine di se stesso).

Il desiderio di curare un libro di questo tipo secondo te nasce da un tuo rapporto “intimo” con lo scrittore, o da un approccio più accademico, di studioso di letteratura, appassionato di Mucci?
- Accademico non saprei proprio definirmi, e tantomeno studioso organico non sono, appassionato di letteratura (e di lettura) fino all’autolesionismo invece sì. Invece Mucci, all’inizio del lavoro, l'ho detestato. Carattere impossibile, litigioso fino all’arroganza, di una cultura della quale non sono ancora riuscito a capire i limiti, ha litigato anche con me fino ad aver ragione su tutto. Su cosa è la poesia (“Sui poeti, tu sai, non si deve dir troppo. Son essi che dicono”), l’arte dello scrivere (“La funzione della lingua, nel romanzo, è di non compa­rire") e soprattutto la coscienza del tempo in cui ci è dato vivere.

Dove hai cercato il materiale, come hai fatto per radunare i vari testi? Come funziona, insomma, il lavoro di ricerca?    
- Le carte di Mucci sono state soggette a una dispersione difficile da descrivere, della quale analizzare i motivi toccherebbe nervi stranamente ancora scoperti. Ma un fondo Mucci per fortuna è conservato in un istituto di Cuneo, così è stato anche comodo da consultare. Il quadernetto del  Mercato delle pulci era lì. A questo, si è affiancata una ricerca sistematica in tutte le fondazioni intitolate a personaggi che in qualche modo c'entrassero con lui, in tutte le biblioteche universitarie, pubbliche, private con le quali ci fosse una qualsiasi attinenza, perfino un antiquario torinese, rintracciato per puro caso. E vicino a Roma vive ancora l'ultima parente della moglie Dora, che affettuosamente mi ha dato molto materiale e un grosso dattiloscritto ancora da sistematizzare. Infine, nel 1974, un circolo culturale di Cosenza si era occupato di Mucci e aveva prodotto una notevole monografia, fondamentale per chi se ne voglia occupare, perché contiene la prima e più vasta bibliografia fino ad ora pubblicata. Intendo in volume, perché sul sito che curo in Internet è aggiornata e va facendosi sempre più ampia. Gli amici di Cosenza mi hanno voluto affidare del materiale straordinario, consegnato a loro da Dora dopo la scomparsa di Mucci. Per me questa ricerca è stata la vera, e la più bella avventura di tutte, insieme ad alcune amicizie nate già saldissime. Ma la strada seguita è stata personale e inventata alla giornata.


Come è andata la questione dei diritti? Hai potuto prendere tutti i testi liberamente o hai dovuto domandare delle autorizzazioni, concessioni?
- No, perché titolare dei diritti di Mucci per destino è il sottoscritto. Ma questo fa parte delle esperienze non trasmissibili. Invece per i testi epistolari raccolti, che sto ancora riordinando, ovviamente la questione riguarda anche gli eredi dei corrispondenti. Per esempio, a riguardo della pubblicazione, da me incautamente sollecitata, di un saggio critico inedito sul romanzo di Mucci (saggio oltretutto polveroso di mezzo secolo fa), gli eredi non ne hanno voluto sapere. Forse un rimprovero per non averlo pubblicato allora? E così ho pensato che la strada giusta è piuttosto quella di offrire ai critici gli strumenti per scriverne di nuovi... 

Hai chiesto aiuto a qualcuno? Voglio dire, hai sentito il bisogno di avere un confronto con gli studiosi di Mucci?
- Ovviamente ho chiesto quanto è possibile chiedere, trovando grande disponibilità fra alcuni dei (pochi) studiosi di Mucci. Non da tutti, se devo dire, prendendo atto che esistono personaggi che considerano la cultura come appannaggio personale. Forse non ho usato abbastanza incenso.

Con quale criterio hai organizzato i testi, come hai fatto per assemblarli, scegliere l’ordine, il montaggio?
- Ho cercato di seguire criteri puramente filologici, in ciò consigliato da un mentore d'eccezione, Massimo Raffaeli, che ha voluto poi onorarmi della sua prefazione. Mercato delle pulci, ossia lo zibaldone di Mucci, era rimasto praticamente inedito (un estratto ne era comparso in un volume  introvabile). I testi successivi sono le sue collaborazioni a periodici letterari prima e dopo la guerra (questi oltre che disagevolmente reperibili destinati fra un po' a banchetto per i tarli delle biblioteche). Il lavoro è stato quello di ordinarli prima per argomenti, poi internamente in ordine cronologico. Ad esempio, gli scritti su Vincenzo Cardarelli, suo grande amico, ne costituiscono un capitolo, come gli scritti critici e le prefazioni un altro. Ma adesso per Mucci non ci vogliono più filologi, ma critici, di quelli veri, che nella critica ci mettano soprattutto la passione. Alla Roberto Longhi per intenderci, quando affermava che critici si nasce e scrittori si diventa.
La cosa più divertente è stata invece quella di ricostruire le biografie dei personaggi dell'universo mucciano: riunendo accenni in testi, brani di lettere inedite, ricordi verbali (Mucci visse per molto tempo a casa dei miei), e interviste a personaggi sorprendentemente ritrovati.  

E come hai trovato l’editore? Come hai raggiunto Scalpendi e come è stata la vicenda della pubblicazione?
- In seguito alla “dritta” datami da uno studioso che aveva partecipato al convegno su Mucci nel 2011, e anche aiutato dalla fortuna, essendo l'editore (Fabio Vittucci) un appassionato di Mucci. È da quando ci conosciamo che vorrebbe produrre un un film tratto da “L'uomo di Torino”.

Qual è stato il momento più difficile nell’organizzazione del libro?
- Scriverlo. Rivedere dati, frasi e commenti e chiedermi se andava tutto bene. Non sono uno scrittore di professione, e l'angoscia che mi ha accompagnato fin dall'inizio è stata: ma è corretto quello che sto facendo? Lo sto facendo bene? È un testo di nicchia, rivolto a studiosi e appassionati di Mucci, per definizione dunque personaggi parecchio colti (minimo): e giù a pensare che non potevo permettermi di fargli più male di quanto non gliene avessero già fatto. Intendo l'ingenerosissimo oblio culturale a cui è stato condannato, le non menzioni nei testi, lo sconfessare dopo morto la sua opera dopo averlo ammirato da vivo (“Il povero Mucci non tira...” detto ai suoi tempi da un grande critico). Insomma, il trovarmi davanti a una figura che con un destino più generoso nel concedergli tempo (era scomparso a soli 53 anni, a Londra), avrebbe potuto maturare chissà quali altre cose e immaginare chissà quale altra poesia, e fondamentalmente dare molto più fastidio ai “grandi cerimonieri” della letteratura italiana.

E infine, qual è stata la cosa più inaspettata, curiosa, sorprendente?
Che sono riuscito a pubblicare tutto!                                                 Ma mi piacerebbe concludere con le parole di Carlo Salinari, scritte nel 1964 su l'Unità: “Tutti noi siamo in debito verso Velso Mucci: per l'attenzione saltuaria e frettolosa alla sua opera di poeta, per il saggio o l'articolo che non abbiamo scritto, noi che tanto tempo abbiamo perduto dietro libri inutili, mode effimere, scrittori chiassosi e grossolani.”


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