22 luglio 2015

Proust, le Madeleines e Viktor Šklovskij

Marcel Proust a Combray

Mercoledì scorso sono tornata dalla libreria con Du côté de chez Swann, il primo volume di À la recherche du temps perdu, di Marcel Proust. 
Urca, ha detto S., se lo leggi tutto mi sa che ti sposo. Di fatto sposati lo siamo già, se lo leggo niente premi.
Ma comunque, un po' presa dall'esaltazione per avere cominciato un'impresa che mi pare epica come avviarsi a piedi per raggiungere qualche parte come Compostela o Machu Picchu, a un certo punto, subito all'inizio trovo quella scena celebre delle madeleines.

Un giorno d’inverno, appena tornato a casa, mia madre vedendo che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Subito rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Lei mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati Petites Madeleines, che sembrano stampati nella valva scanalata di una cappasanta. E presto, meccanicamente, triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani triste, portai alle labbra un cucchiaino del tè in cui avevo lasciato inzuppare un pezzetto della madeleine. Ma nell'istante in cui la sorsata mescolata alle briciole del dolce toccò il mio palato, trasalii, attento a quello che mi accadeva di straordinario. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. Mi aveva subito reso le vicissitudini della vita indifferenti, i disastri inoffensivi, la sua brevità illusoria […]  Non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove poteva venire quella gioia potente? Sentivo che era legata al gusto del tè e del dolce, ma che lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Cosa significava? […] 
E all’improvviso il ricordo mi è apparso. Il gusto era quello del pezzetto di maddeleine che la domeica mattina, a Combray, (quel giorno non uscivo prima dell'ora della messa), quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, la zia Léonie mi offriva, dopo averlo inzuppato nell'infuso di tè o di tiglio…

La casa della zia di Proust a Illiers-Combray

E ho cominciato a agitarmi, per via che trovare qualcosa di cui si è sempre sentito parlare un po' fa agitare (la prima volta che sono salita all'acropoli avevo l'impressione di incontrare Fidia da un momento all'altro), per via che i ricordi da bambini, le domeniche prima di andare a messa, le vecchie zie, i dolci che ci offrivano, tutte questioni che mi animano. 
Ho continuato a leggere, e Proust racconta poi di questa zia Léonie che dopo aver perso il marito ha cominciato a perdere la lucidità e passa il suo tempo stesa a letto, parlando tra sé e sé guardando la via sotto casa. Insomma, la zia è debole e Proust bambino può passare con lei solo pochi minuti prima di andare a messa.

Stavo con mia zia per cinque minuti, poi lei mi mandava via per paura che la stancassi. Tendeva alle mie labbra la sua triste fronte pallida sulla quale, a quell'ora, non aveva ancora sistemato i suoi capelli finti, dove le vertebre apparivano come punte di una corona di spine o grani di un rosario, e lei mi diceva, "Su, piccolo mio, vattene, vai a prepararti per la messa, e se incontri Françoise (la cameriera) dille di non divertirsi troppo con voi, che salga in fretta per vedere si je n'ai besoin de rien".

Ecco, quando ho letto questa espressione si je n'ai besoin de rien, per una persona un po' paranoica che passa il tempo distesa a guardare la gente che cammina nella via, l'ho trovata bellissima. Come se non ci fosse altra maniera per rendere quel niente che faceva la zia Léonie. 
Poi ci ho pensato un secondo, e effettivamente a dirla in italiano, che salga in fretta per vedere se non ho bisogno di niente, mi pareva meno forte. 
Eppure leggerlo in francese mi faceva quel sentimento di straniamento di cui parlava Viktor Šklovskij, del vedere le cose come per la prima volta.

Manoscritto di Du côté de chez Swann


@Traduzione del testo originale di Gessica Franco Carlevero

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