29 luglio 2015

Come scriveva Ionesco

Eugène Ionesco 

In un'intervista del 1966 di Claude Bonnefoy, Eugène Ionesco racconta il suo modo di scrivere.

Come lavora? Ha bisogno di un orario, di un quadro preciso, di stimoli esterni?

E' molto variabile. Non ho regole, metodo. Ho dei capricci, nel senso che un po' scrivo, un po' detto. Ci sono dei periodi in cui trovo una certa calma, allora, in quel momento, lavoro tutte le mattine dalla nove a mezzogiorno, dalle nove all'una.
Scrivere, comunque, non è un lavoro... 
Penso che sia molto infelice esistere. Penso che lo sarebbe ancora di più non essere. 
La tra le persone che esistono, io sono veramente fortunato. Sono più fortunato dei re perché anche i re lavorano, mentre io posso andare dove voglio, quando voglio, con un quaderno e una matita; non devo firmare un foglio di presenza (ne ho firmati in passato e so cosa significa). 
Insomma, per questo ho l'impressione di essere un bambino imbronciato, con un brutto carattere, non va bene essere cosi' infelice. Quando ci sono persone che si fanno la guerra, che si uccidono, altri che muoiono di fame, altri che lavorano per vivere, e io, io vivo. 
Eppure si puo' dire che non lavoro e che lavoro. Sono vere tutte e due le cose. Non lavoro perché, in apparenza, posso fare tutto cosa voglio, ma nello stesso tempo sono schiavo delle parole, della scrittura e scrivere è davvero una cosa penosa. 
In effetti, se scrivo, è grazie al senso di colpa, perché ho tendenza a non scrivere, a non portare un fardello, a non lavorare insomma. 
Mi servono mesi di accumulazione per poter lavorare un mese. Cosa sono questi lunghi mesi di accumulazione? E' la voglia di lavorare, la tristezza di non lavorare, la paura di fallire, come se scrivendo non fallissi, il pensiero che delle persone stanno morendo di fame o si fanno massacrare mentre io passeggio a Montparnasse. Insomma, con tutti questi rimorsi accumulo energie e alla fine riesco ad avere abbastanza energia per un mese. Bisogna che finisca la pièce in un mese o due perché se dura di più, è finita, il finale della pièce puo' fallire perché non avro' più energia.

Quante ore lavora al giorno?
Un'ora, un'ora e un quarto, un'ora e mezza, due ore al giorno. Qualche volta lavoro anche per quattro ore, ma quello non è vero lavoro, perchè il resto del tempo faccio della corrispondenza.

E nel resto della giornata?
Mi riposo.

Pensa alle pièce, o no?
Si', ci penso. Poi mi riposo, faccio le parole crociate, perché le parole crociate permettono di pensare a tutt'altro... o di non pensare del tutto.

(Entre la vie et le rêve, Entretiens avec Claude Bonnefoy, Paris, Gallimard, 1996)

@traduzione di Gessica Franco Carlevero

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