26 giugno 2015

Come parlavano di contratti editoriali George Simenon e Gaston Gllimard

George Simenon

- Prego, caro amico, si sieda, disse Gallimard. Parliamo del suo contratto. Voglio davvero che faccia parte della casa, che sia un nostro autore. Gide ne fa parte, come sa, e l'apprezza molto; gli piacerebbe davvero incontrarla.
- Vedremo, taglia corto Simenon.
- Ha un contratto a lungo termine con Fayard?
- No, non ho un contratto. Gli do cosa voglio, ma non sono sotto contratto. Non credo in quei contratti che non finiscono mai.
- Bon, mormora Gallimard soddisfatto. Potrebbe cominciare subito dopo aver sbrigato le cose in corso?
- Sì, ma dipende dalle vostre condizioni.
- Ah, bene! Parliamone la prossima settimana in un buon ristorante!
- Senta, signor Gallimard, comincia Simenon deciso. Innanzitutto non mangeremo mai insieme. Ho l'orrore dei pranzi d'affari in cui si parla di tutto tranne che di affari, prima di fissare un appuntamento dello stesso genere. Il contratto, noi lo discuteremo nel suo ufficio, davanti a una segretaria, la porta chiusa e il telefono staccato, e ci metteremo d'accordo in meno di mezz'ora. E soprattutto, non la chiamerò mai Gaston, come tutti fanno qui, e non le dirò mai "caro amico", perhè questo tipo di espressioni mi fanno orrore. 
Mi dica un giorno e un'ora, verrò al suo ufficio, discuteremo di tutto. Ma poi in futuro, quando si dovrà rinnovare il contratto, sarà lei a venire da me.

(Fenton Bresler, The mistery of George Simenon, London, Heinemann-Quixote Press, 1983)

Il libro si basa su interviste a Simenon.

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