28 aprile 2015

Il bugiardino di Giovanni Maccari

Giovanni Maccari, il disegno è di Nicoletta Calvagna

Givanni Maccari è uno scrittore raro. 
E' uno studioso di letteratura, in passato si è occupato di Tommaso Landolfi, Giuseppe Pontiggia, Guido Piovene, da qualche anno ha cominciato a approfondire la letteratura russa.
Ed è un romanziere, nel senso che i suoi due ultimi libri, (Gli occhiali sul naso, pubblicato da Sellerio nel 2011 e Vita di Lidia Sobakevic, uscito nel 2015 con l'editore Pendragon) sono dei romanzi, con la storia, i personaggi, i sentimenti, i paesaggi e tutto il resto.
La cosa interessante pero' è la sua maniera di intrecciare le due cose. I suoi libri parlano di letteratura, di scrittori, di ambienti letterari, ma in maniera romanzesca. 
Sottolineo che è la maniera l'aspetto interessante, perché i suoi personaggi, Isaak Babel' e Lidia Sobakevic, sono raccontati da un punto di vista normale. Non pesa mai l'erudizione, ma nemmeno c'è un approccio di originalità forzato. 
Il suo modo di raccontare è pulito, libero da ego stilistico, lasciando lo spazio ai suoi personaggi, la loro vicenda letteraria e umana. 
Una discrezione e un modo di scrivere speciali.


Com’è il tuo tempo per la scrittura? Praticamente, concretamente, come si affiancano scrittura, il tuo lavoro di insegnante, gli studi e tutto il resto. Ti dai degli orari, delle scadenze o scrivi quando capita, quando viene?
Da qualche anno a scuola ho preso il part-time con due giorni liberi invece di uno. Di solito chiedo il lunedì e il martedì e in questi giorni cerco di fare le cosiddette cose mie, cioè la scrittura, lo studio del russo, le letture, le varie cose letterarie insomma. Non sono bravo a organizzarmi e mescolo un po’ tutto come viene, finché non arrivo a un certo punto di un racconto o di un romanzo in cui non riesco più a pensare ad altro e allora faccio solo quello fino alla fine. In questa fase saltano tutti gli orari, nei momenti più  acuti anche la distinzione fra il giorno e la notte. È una specie di trance che mi separa dalla vita normale per alcuni mesi. Quando ho finito una cosa in genere sono così stanco e nauseato dalla mia disorganizzazione che passa un po’ di tempo prima che ne inizi un’altra.

Scrivi solo al computer o annoti anche su fogli, quaderni? Come funziona il tuo prendere note, se ne prendi? E come organizzi i file, uno unico oppure dividi, cartelli, numeri…
Scrivo al computer. Prendo moltissimi appunti su un quaderno grande che riempio, oltre che di scrittura, di disegnini geometrici ornamentali vagamente connessi con ciò che sto scrivendo. Sul quaderno riporto citazioni, faccio schemi, scalette dei capitoli, scalette interne a un capitolo e qualche volta anche a un singolo passaggio che non viene assolutamente. Essendo nato in epoca predigitale, la scrittura al computer per me resta in qualche maniera la copiatura in bella del testo, mentre il lavoro preparatorio mi viene ancora spontaneo scriverlo a penna, lapis, matite colorate ecc.

Per te la scrittura è qualcosa che si fa da seduti o c’entra anche con il camminare?
Scrivo da seduto ma mi alzo milioni di volte per andare «di là», a fare non si sa cosa. A volte in questo andare di là, senza accorgermene, mi infilo le scarpe e prendo le chiavi di casa e mi ritrovo di solito sull’argine dell’Arno (abito a Firenze) dove cammino con enorme piacere in tutte le stagioni e con tutte le condizioni climatiche, a parte la pioggia battente. Camminare mi sembra molto legato alla scrittura perché è un movimento naturale, forse il più naturale dei movimenti umani, che quindi dà un senso di giustizia, e bilancia in qualche modo l’ingiustizia di fondo di inventare una storia e tutte le piccole ingiustizie stilistiche, i trucchi e le false posizioni che si assumono durante la scrittura.


Dove ti siedi per scrivere, hai bisogno di un posto, di una situazione, di una tenuta, di un suono, delle sigarette…?
Devo essere solo nella stanza in cui scrivo e ci deve essere un relativo silenzio. Non c’è bisogno di condizioni particolari a parte un piano abbastanza grande, il quaderno, i libri che mi servono e i vari fogli volanti e, purtroppo, una quantità rilevante di tabacco.


Secondo te che cos’è un blocco, una difficoltà nella scrittura? E, se ti è capitato di averne, come l’hai risolto?
Conosco molto bene il blocco nella scrittura ed è quindi un argomento su cui mi sono interrogato tanto. È una faccenda umiliante passare una giornata intera a scrivere “quindi lui disse”, cancellare e scrivere “lui quindi disse” e cancellare di nuovo e scrivere “lui disse, quindi”. Si fa fatica a giustificarsi, sia davanti a se stessi sia davanti alle persone che hanno in qualche modo a che fare con noi nella vita quotidiana. Ma è anche una malattia da cui non credo che si guarisca, un po’ come l’herpes. Chi l’ha avuto una volta vuol dire che ce l’ha, magari allo stato latente, e quindi prima o poi tornerà a manifestarsi. Mentre chi non l’ha avuto prima di una certa età probabilmente non l’avrà mai, gli sembrerà addirittura una stranezza che si possa averlo.


Mentre scrivi un libro hai bisogno di parlarne con qualcuno, sentire impressioni, pareri e consigli? C’è qualcuno con cui condividi la tua scrittura o è una questione solitaria?
Sì, ho bisogno di sentire il parere e di far leggere quello che sto scrivendo a poche persone con cui c’è questo rapporto ormai da anni. Per il resto la scrittura in sé è una questione individuale, che almeno io devo fare da solo. Ma non del tutto solitaria. Per esempio a me ha fatto molto bene, anni fa, frequentare degli incontri che si facevano prima a Reggio Emilia e poi a Bologna per fare una rivista chiamata «l’accalappiacani». Si leggevano i pezzi a voce alta e poi chi voleva commentava. Era la prima volta che mi capitava. C’erano pezzi belli e pezzi brutti, commenti interessanti o a volte nessun commento. Ma era un modo di uscire da un’idea asfittica, un po’ aristocratica e un po’ ossessiva in cui ero stato chiuso fino a quel momento.


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