15 aprile 2015

Il bugiardino di Chiara Dotta

Chiara Dotta, il disegno è di Nicoletta Calvagna

Ho conosciuto Chiara Dotta nel 2004. Per una serie di circostanze, vivevamo due periodi molto diversi, la nostra non è stata un'amicizia intima, eppure in quello che scriveva c'era qualcosa che me la faceva sentire molto vicina.
Ora nell'ottobre 2014 è uscito il suo libro, Un segreto che non guardo ma che sta al centro del cortile, pubblicato per LiberAria editore. 
E' un libro dove c'è un umore ben preciso, mi ha fatto pensare a La paga del sabato, di Fenoglio.
Chiara Dotta racconta i posti e le persone che li vivono con uno sguardo antico e moderno mescolati insieme. 
Il suo personaggio, Daria,  è una bambina e poi una giovane donna ribelle suo malgrado, che cerca la tranquillità ma si infila in situazioni che poi la fanno patire, per il rimorso forse. 

"Ho guardato tutti i tetti rossi del borgo, ma non c'è casa mia. Perché io non sono mica di qui, non sono di qui mai, io. Mi piace andare nei posti e dire "si', ma io non sono di qui". Cosi' mi sono spostata un bel po' di volte, la casa non mi piace mai, sempre traslochi, sempre caparre, agenzia, mobili nuovi, soldi spesi che un giorno qualcuno mi presenterà il conto. Sono stata anche inseguita dai creditori. Ho un debito di cinquecento euro, storia di bollette mai pagate, l'agenzia di recupero crediti che mi cerca da un domicilio all'altro, dopo tre anni mi hanno trovata. Allora ho fatto la voce grossa, ho detto che mi presentassero i documenti, che non avevano niente in mano, ho sperato, che nel casino generale avessero perso il mio contratto. Anzi, sono convinta di non averlo proprio firmato il contratto, che mi hanno truffato, gabbato.  Da due mesi comunque non mi telefonano più, e il debito nel frattempo cresce come un cespuglio di rovi: duemilaquattrocentoeuro. I soldi adesso non ce li ho, li ho spesi in caparre e agenzie. Un giorno qualcuno mi presenterà il conto, quel giorno, mi dico, avro' soldi miei per pagare. Un giorno un tizio snello ma ben piantato, con addosso un vestito da viaggio suonerà alla mia porta, dirà che mi conosce bene. Domani? Per ora non è ancora arrivato, forse non mi troverà o non mi vuole ancora trovare."

E questo è il suo bugiardino.

1 Come organizzi il tuo tempo per la scrittura? Praticamente, concretamente. Come gestisci la scrittura, il tuo lavoro di insegnante e tutto il resto. Ti dai degli orari, delle scadenze o scrivi quando hai voglia, quando ti viene?
Il primo giorno dell’anno compro un’agenda. Lo so che ci sono i computer, ho provato a usare gli appuntamenti dell’i-phone ma risulta che quello che scrivo sul mezzo informatico non vale tanto come le annotazioni sulla pagina del diario. Per ogni giorno scrivo le cose da fare e in corrispondenza dei sabati e domenica metto le attività che non hanno una scadenza precisa. Ogni cosa fatta tiro una riga. Attualmente la lista non si esaurisce mai, anzi è sempre più lunga. Appena fatta una cosa mi si aggiunge una cosa sotto. Penso che questo sia un problema comune alle mamme che lavorano. La scrittura purtroppo in questo momento si inserisce nelle pagine bianche del diario, nei sabati e domeniche che non sono occupati da liste. Quando vedo uno spazio bianco dico: ecco, quel giorno lì posso scrivere! E questo mi consola molto, che ci sia un giorno in cui posso scrivere, anche solo uno o due al mese. Forse è poco per dirsi scrittore, ma al momento queste sono le mie possibilità, spero sempre in un prossimo anno migliore.

 Dove ti siedi per scrivere e di cosa hai bisogno per cominciare?
Per scrivere di solito mi siedo alla scrivania, che sta tra la libreria e il letto. E’ uno spazio stretto con davanti una finestra che mi fa sentire protetta, raccolta. Per cominciare ho bisogno di un’emozione che mi faccia friggere le mani. Se non ce l’ho già, la provoco con la memoria.

3 Qual è per te la situazione ideale per scrivere? Intendo il posto, il tipo di sedia, di vestiti, una musica di sottofondo, le circostanze insomma…
Se penso a una situazione ideale per scrivere, è questa: una terrazza su una collina davanti al mare, che si intuisca il rumore ma che non ci siano turisti o persone che fanno voci, solo natura intorno. Da quando ho iniziato a scrivere, spero in una situazione così. C’è da dire che non l’ho mai vissuta, ma mi piace fare finta che un giorno sarà.

4 Hai mai vissuto un blocco, una difficoltà nella scrittura? Come l’hai presa?
Non ho ancora vissuto un vero e proprio blocco, ma ne ho molta moltissima paura. Prima o poi arriverà, mi dico. Forse non l’ho vissuto perché scrivo poco e quando riesco a avere il tempo per scrivere la voglia è talmente tanta e l’ho desiderato così a lungo che scrivo qualsiasi cosa mi venga, anche non inerente al progetto che ho in mente. Magari pagine che non utilizzerò mai, che non farò mai leggere a nessuno. Non importa. Spero che un giorno la scrittura diventi per me un lavoro a tempo pieno, ma spero anche di conservare sempre quell’emozione della scrittura senza uno scopo.

5 Qual è la parte, il momento che ti piace di più dello scrivere?
Quando sento che sto provando quello che faccio succedere al personaggio. E’ un po’ come l’attore che a un certo punto sente di essere “dentro” il personaggio. Anche quando descrivo un luogo, mi piace che sia il personaggio a sentirlo, a viverlo. E’ per questo che amo scrivere in prima persona, e non riesco a abbandonarla per la terza.

6 Che cos’è che ti ha dato la spinta per arrivare fino alla fine del libro, per portarlo a termine, non lasciare perdere o abbandonare per strada?
Il personaggio di Daria mi ha dato la spinta. A un certo punto mi sono resa conto che esisteva e a qualcosa doveva arrivare. I personaggi non hanno una vita casuale, come neanche le persone, penso io. Quello che nella vita delle persone sembra governato dal caso in realtà è frutto di un disegno, ognuno contribuisce al proprio destino compiendo delle scelte, ma gli avvenimenti che accadono non sono a caso. Per il personaggio il disegno lo traccia l’autore, ma non si tratta di muovere i personaggi come burattini che agiscono per portare avanti una trama o dimostrare una teoria, si tratta di conoscere bene il personaggio e capire che scelte farebbe.
Per arrivare al finale del libro è stato fondamentale poi l’intervento dell’editor, Alessandra Minervini che, letto tutto il manoscritto, si è resa conto che c’era qualcosa che non dicevo, che la vicenda di Daria non era conclusa e mi ha detto: “bene, adesso finiscilo”. Così ho scritto l’ultimo racconto, che parla di un’assenza che pesa per quasi tutto il romanzo, l’amore.

7 La protagonista del tuo libro è Daria. Ma certi capitoli sono un po’ staccati, a volte c’è un salto temporale o tematico che apparentemente non ti sei curata di colmare. E mi sembra molto bello.
I capitoli sono così come sono, non hai cercato di attaccarli con dei passaggi artificiali. Come hai lavorato per montare i capitoli?
Il mio obiettivo era descrivere i momenti della vita di Daria che hanno determinato cambiamenti nel suo modo di essere, nella sua esistenza. Momenti che sono implosi dentro per creare qualcosa di nuovo in lei. Sono passaggi di crescita di cui Daria è a volte inconsapevole. Ho cercato questi momenti, che spesso non sono quelli istituzionali ma dipendono da piccoli fatti della vita, da incontri che appaiono futili ma che invece rivelano qualcosa. Questo era il mio interesse nella ricerca. Il salto temporale dice al lettore: nel frattempo è successo qualcosa ma niente di fondamentale per Daria, niente che l’abbia cambiata davvero; lettore, puoi tranquillamente farne a meno o se preferisci immaginalo tu. Così non sono descritti tutti quegli eventi come laurea, matrimonio ecc. di cui di solito si fanno le foto. Sono fotografie emotive, un’altra cosa.
Mi è stato chiesto in passato per un’eventuale pubblicazione di legare un momento a un altro, riempiendo i vuoti temporali, mi sono rifiutata. Ho pensato che volesse dire tradire il mio scopo in questo romanzo. Volevo che ogni racconto rimanesse portatore di un’emozione che potesse essere letta  senza bisogno di preparazioni di trama, e che per la sua “normalità” potesse essere universale, una cosa che tutti hanno provato nella loro esistenza, in varie circostanze e forme, ma quella. E così stabilivo di scrivere: violenza, amicizia, incomprensione, comprensione, senso di colpa, consapevolezza, libertà, amore. A ognuno dei capitoli si potrebbe associare una parola, che ha valore universale e viene calata nella realtà di una ragazzina di provincia, che ha di speciale il fatto che a un certo punto la sua vita è illuminata da uno sguardo libero da pregiudizio. Ogni racconto può essere letto da solo. Oppure in ordine casuale, a formare il puzzle della personalità.
I racconti non sono stati scritti in successione temporale. Proprio per questo valore di momenti non risultava necessario scriverli uno dopo l’altro. Quando molta parte del romanzo era stata scritta, ho ripreso il lavoro e “riempito” quei buchi di senso che mi parevano esserci, e quindi creato dei racconti di passaggi che secondo me mancavano.

8 Nel libro la presenza dei posti è forte. Dario Voltolini ha scritto: Chiara Dotta anima anche lo sfondo su cui si muovono le figure dei personaggi: deve avere un talento particolare, più diffuso tra i fotografi che tra gli scrittori.
Com’è il tuo modo vedere i posti? A cosa fai più caso,  cosa noti di meno. E’ qualcosa di cui ti rendi conto subito, o matura nel momento in cui ti siedi a scrivere?
Per te scrivere ha più a che vedere con il camminare o con lo stare seduti?
La mia scrittura parte da suggestioni, immagini. Non so se per tutti sia così, io spesso non ho chiara la storia, ma ho chiarissime le sensazioni legate a un posto, la luce, il profumo, il caldo il freddo, la ruvidità. Da lì escono fuori le figure. Dario Voltolini un giorno ha detto di me che ho una visione “laterale”, nel senso che vedo tutto intorno e non al centro. Spesso noto particolari che sembrano insignificanti e magari non vedo quello che sarebbe spontaneo vedere a un primo sguardo. Io ho cercato di fare di questa caratteristica una forza, nel senso che è diventato il mio modo di guardare, di descrivere e anche di interpretare la vita. Non è solo la descrizione interessata da questo mio modo, anche la scelta stessa degli episodi da rappresentare, come è avvenuto per il romanzo infatti, episodi “minori”, senza clamore, per suggerire il centro, che si costruisce inevitabilmente dall’unione dei particolari. Io sono convinta che il centro di ognuno di noi si costruisca dall’unione dei particolari, ovvero che prestando attenzione ai particolari si possa comprendere il centro.
Non mi rendo conto subito di cosa poi scriverò di un posto. Il mio modo di guardare è un po’ il mio, come credo ognuno abbia il proprio. Poi quando mi siedo a scrivere sollecito la memoria e faccio spontaneamente la selezione e mi stupisco di scoprire dettagli che in quel momento non avevo razionalmente preso in considerazione. Io non sono un turista normale, che fa le cose che la guida gli dice di fare, ma vado in giro seguendo suggestioni, mi fermo dove sento, tiro avanti quando non ho voglia di fermarmi, ed è anche il motivo per cui – non ne vado fiera – sarò stata già quindici volte a Parigi e non sono mai entrata al Louvre, per dire. Si vede che non è mai stato il momento, ero spinta verso altro.
Quindi, per me scrivere ha più a che vedere con il camminare. Stare seduti si deve, ma se non avessi camminato prima non avrei niente da scrivere.

9 Più di dieci anni fa hai frequentato un corso di scrittura alla Scuola Holden, qual è una cosa hai imparato allora e una che nessuno ti aveva detto, che hai imparato da sola, scrivendo direttamente il romanzo?
Una cosa che ho imparato alla Holden è che bisogna credere nella propria arte. Nel senso che sentirsi criticati costantemente da più persone può fare due cose: demotivare alla scrittura oppure sviluppare una resistenza alla critica, una convinzione di sé stessi. Finché il romanzo si tiene nel cassetto il tuo lavoro non è contestabile. Alla Holden invece c’erano persone che, con buone intenzioni, erano lì per farti notare le tue miserie artistiche. C’erano compagni molto bravi, che consideravo più bravi di me, e ogni tanto mi veniva da dire: io non scrivo più una riga. Invece ho continuato a scrivere. Alla Holden svolgevo più che altro esercizi di scrittura, non avevo concepito un lavoro lungo come il romanzo. Nessuno alla Holden mi aveva detto che per fare un romanzo vero, non basta mettersi a tavolino a studiarlo, ci vuole la vita, la consapevolezza, il percorso  personale. Nel mio caso specifico senza l’onestà con cui ho guardato il mio vissuto non avrei potuto scrivere questo romanzo.

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