25 aprile 2015

Come scriveva, Günter Grass

Günter Grass

Quando ho letto della morte di Günter Grass ho fatto finta di niente, con me stessa intendo. 
Anche per te è arrivata la Certa, mi sono detta, rivolgendomi a lui, Grass in persona, come se tra noi ci fosse mai stato un rapporto, un legame personale. 
Di fatto poi ho cominciato a cercare certe cose passate che lo riguardavano. Come dopo la scomparsa di un parente, di un amico, quando si va a casa sua e vedendone il cappello, le ciabatte, la persona scomparsa un momento sembra ancora presente, e quello dopo sale la malinconia.

Tra queste ricerche ho trovato un numero del Paris Review, il 119, uscito nell'estate del 1991, dove Günter Grass, intervistato da Elizabeth Gaffney, raccontava il suo modo di scrivere.


Qual è il processo della sua scrittura?

Il mio primo libro era un libro di poesie e disegni. I miei primi tentativi di poemi combinavano disegni e versi, a volte partivano da un'immagine, altre dalle parole. Poi, a venticinque anni ho potuto permettermi una macchina da scrivere, battevo con due dita. La prima versione del romanzo Il tamburo di latta è stata scritta interamente con la macchina da scrivere. Ora che comincio a invecchiare e che molti miei colleghi scrivono col computer, io sono ritornato alla scrittura a mano... Insomma, la prima versione è scritta a mano con dei disegni, poi la seconda e la terza con la macchina da scrivere. Non ho mai finito un libro senza scrivere tre versioni. Di solito, ce ne sono anche quattro, con parecchie correzioni.

Scrivo il primo progetto rapidamente. Se c'è un buco, c'è un buco. La seconda versione generalmente è molto lunga, dettagliata e complessa. Non ci sono più buchi, ma è un po' acerba. Nel terzo progetto, cerco di ritrovare la spontaneità della prima, e di conservare l'essenziale a partire dalla seconda. E' molto difficile. Quando lavoro alla prima versione, scrivo cinque, sette pagine al giorno. Per la terza versione, tre pagine al giorno. E' molto lento.

Lei lavora la mattina, il pomeriggio o la notte?

Mai, mai la notte. Non credo nella scrittura di notte perché viene troppo facilmente. E quando rileggo la mattina, non è buona. Ho bisogno della luce del giorno per cominciare. Tra le nove e le dieci faccio una lunga colazione leggendo e ascoltando musica. Dopo la colazione lavoro, poi faccio una pausa il pomeriggio per prendere un caffè. Quindi ricomincio e finisco alle sette di sera.

Günter Grass, nella sua casa di Berlino nel 1966

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