9 gennaio 2015

Quand j'entends le mot revolver, je sors mon stylo



Intorno ai trent'anni ho realizzato che quando non ho una opinione definita non vado a cercarla.

Sull'attentato contro la redazione di Charlie Hebdo ho letto interventi diversi, ero d'accordo e non d'accordo con gli uni e con gli altri. 

Ieri sono stata al Liceo tutta la giornata. 

Alle otto meno un quarto, in sala professori, gli insegnanti ritagliavano cartellini Je suis Charlie e li attaccavano sul maglione con la pinzatrice.

In classe, un ragazzo con la tuta dell'OM e la borsa adidas a tracolla mi guarda e dice, Madame, je suis choqué.

A mezzogiorno meno venti suona una campanella straordinaria, il suono antincendio, scendiamo in cortile. 
Quattrocento studenti, decine di insegnanti, il preside chiede un minuto di silenzio. Per un minuto muovevano solo gabbiani e vento. 

Poi passa la giornata, a casa il telegiornale in diretta segue i fratelli Kouachi in fuga, immagini di poliziotti ninja che entrano nelle case dei campagnardi nel nord est di Parigi. 

Prima di dormire, col telefono guardo un'ultima volta le notizie, li stanno cercando nei pollai, nei boschi sotto le foglie, non li trovano.

Poi sta mattina esco con la bici, ci sono quindici gradi, un bel sole, l'aria dolce. Sul portone della scuola elementare disegni con matite tricolore, bandierine, Je suis Charlie.

Quando arrivo a casa prendo il caffè e seguo le notizie del telegiornale in diretta. 
Le macchine dei giornalisti girano sotto una bufera di neve intorno a un perimetro invalicabile. 
I fratelli Kouachi sono stati trovati, in questo momento si rifugiano in una tipografia di Dammartin-en-Goële, ci sono degli ostaggi.

Sta per finire.

E dopo tante immagini, parole, ragionamenti, mi sono ritirata a scrivere senza un'opinione da cercare, solo per ritirarmi a sentire.

Nessun commento: