21 dicembre 2014

Il bugiardino di Fabio Geda

Fabio Geda, il disegno é di Nicoletta Calvagna

Ho conosciuto Fabio nell'inverno 2003. Ricordo delle serate in corso Dante 118, a leggere quello che scrivevamo. Il suo primo racconto, il primo che ho letto io intendo, parlava di due ragazzini in una casa. Non ricordo cosa facessero, quale la loro storia, ma vividamente una scena, dei due bambini nascosti dietro un divano. 
Potrebbe essere qualcosa che ho vissuto, talmente é rimasta chiara l'immagine, undici anni dopo.
E per una serie di collegamenti, qualche sera fa ci siamo scritti, e questo é il suo bugiardino.

1 Leggendo i tuoi libri sembra che per te scrivere sia una cosa facilissima. Un gesto naturale, come per Zidane giocare a pallone. Questa spontaneità è qualcosa che hai sempre avuto, o l’hai allenata, come un muscolo?
La domanda, così come me l’hai posta, mi permette subito di fare un esempio straordinario su quella che potremmo chiamare la percezione di semplicità del gesto (di qualsiasi gesto, sia artistico, sia sportivo) da parte del pubblico, semplicità che spesso non ha nulla a che fare con la spontaneità. Zidane è nato dotato di un immenso talento,  questo è evidente. Ma Zidane ha allenato il suo talento migliaia e migliaia di ore ogni anno fin dalla più tenera età. Zidane sarebbe diventato Zidane se non avesse dedicato ogni istante della sua vita a rendere più precisi e consapevoli e naturali i suoi movimenti in campo? Certo che no. E questo vale per qualsiasi grande campione di qualsiasi sport. “Se colpisci 2500 palle al giorno, cioè 17500 la settimana, cioè un milione di palle l'anno, non potrai che diventare il numero uno.” Questo è quello che il padre-padrone di Agassi ripeteva ad Andre bambino, costringendolo ad allenamenti disumani nel cortile di casa, contro una sorta di macchinario sputapalle di sua invenzione. Malcom Gladwell, un sociologo americano, nel suo libro Outliers: the story of success ha teorizzato che servono almeno 10.000 ore di pratica di un determinato gesto per far esplodere tutto il talento di una persona. Quindi, tornando a me: a quattordici anni ho scritto un racconto per il giornalino della mia scuola, a trentaquattro anni ho pubblicato il mio primo romanzo: lì in mezzo ci sono stati vent’anni passati a fare tante cose, tra cui scrivere. Scrivo da quando sono bambino. E a un certo punto, intorno ai vent’anni, ho cominciato non solo a scrivere, ma anche a leggere da scrittore, ossia godendo della storia con mezzo cervello (mezza suspention of disbelief) e con l’altra metà andando a smontare la pagina per capire come diamine faceva, quel determinato scrittore, a tenermi incollato, a emozionarmi, eccetera. Con questo non voglio dire che basta allenarsi per diventare un campione, ma che l’allenamento è l’unico modo per estrarre ogni goccia del nostro talento. Poi, di quanto talento siamo portatori, be’ questo non sta a noi deciderlo.

2 L’origine dei tuoi libri è sempre stata una storia, o ti è capitato di cominciare un romanzo senza conoscere lo sviluppo della vicenda, partendo solamente da un turbamento?
Comincio a scrivere un romanzo solo quando riesco a visualizzare l’arco drammatico della storia come fosse un enorme affresco; quando so dove inizia, dove finisce e quali sono gli snodi narrativi principali; quando ho capito quali sono le tensioni, i conflitti; quando ho capito qual è la domanda che sto cercando di formulare (non credo si scrivano romanzi per dare risposte, ma per formulare le domande in modo più esatto). Di solito una storia resta nella mia testa per anni prima che io cominci a scriverla: la coltivo, la concimo, la innaffio e poi, un giorno, scopro che è pronta da cogliere. A quel punto comincia il lavoro di scrittura, che per come la vivo io si tratta di fare questa cosa qui: 


Si tratta, armati di scalpelli e pennelli, di far emergere la storia, una storia che io tratto come preesistente alla mia invenzione: non sono un burattinaio che muove i personaggi a proprio piacimento, ma uno che tenta di disseppellire qualcosa, di portarla alla luce. Quello che cerco di fare, quando scrivo, è trovare la verità di cui la storia è portatrice e portarla alla luce facendo meno danni possibile, con delicatezza, un poco alla volta, proprio come gli archeologi del video.

3 Hai scritto i primi libri dedicandoti anche a un altro lavoro, normale. Come organizzavi concretamente il tempo?
Lavoravo come educatore in una comunità alloggio e quindi avevo molte mattine libere visto che (di solito) i ragazzi la mattina erano a scuola. La mattina è un momento straordinario per scrivere. In generale mi ritagliavo delle mezze giornate di sola scrittura. Mezza giornata è il tempo minimo per me per decidere di mettermi a scrivere: di solito impiego un’ora a entrare nel romanzo e a quel punto se non ho almeno altre due o tre ore per starci dentro non ne vale la pena. E poi ci dedicavo parte delle mie vacanze. Ho letto che è una cosa che Fred Vargas continua a fare. Lei è un’insegnante e devo aver letto da qualche parte che passa tutto l’anno scolastico a coltivare il romanzo, tra appunti e ricerche, e poi d’estate, durante le vacanze, lo scrive. Vedi, in generale il problema, è passare dalla convinzione che scrivere voglia dire battere sui tasti del computer alla consapevolezza che il processo di scrittura inizia molto, molto prima di cominciare a battere sui tasti del computer: inizia con il far lievitare la storia dentro di sé, come si fa con la pasta della pizza.

4 Poi hai incontrato Enaiatollah Akbari, la sua storia ti ha colpito e hai deciso di trascrivere la sua avventura. Come è stata concretamente la stesura del libro, come erano i vostri incontri, come organizzavi le sue parole?
Ci sono state tre fasi. La prima è stata quella dell’ascolto: ci siamo frequentati per mesi, io andavo a casa sua, lui veniva a casa mia, gli ho fatto un milione di domande, abbiamo ricostruito la storia e ho cercato di aiutarlo a ricordare particolari che lui credeva di aver dimenticato; a un certo punto di questa fase ho cominciato a registrare quello diceva e le sbobinature sono state la base orale del romanzo. Poi c’è stata la fase di scrittura, dove il mio obiettivo principale era: sparire. Non volevo esserci, non volevo far sentire la mia voce ma solo la sua. Poi c’è stata la terza fase, ossia quella della rilettura insieme. Enaiat ha cercato di capire se quelle parole le sentiva come sue, mi ha dato molti consigli per aggiustare il tono del racconto, e io ho continuato a rimetterci mano finché un giorno mi ha detto: ecco, questo è il libro che avrei scritto io fossi stato in grado di scriverlo. 

4 Nel 2010 è uscito Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari. Questo libro è stato tradotto in più di trenta paesi. Come è stato, dopo, rimetterti a scrivere, sederti sulla sedia, aprire il computer. Ti è sembrato di dover ricominciare tutto da un nuovo principio?
Guarda, il fatto è che per me ogni libro è un’avventura a sé, e appena ho finito di scriverne uno comincio subito a pensare al successivo. Non mi crogiolo nei successi e non mi annichilisco per i fallimenti. Voglio scrivere per il resto della mia vita. Ci saranno libri più riusciti e altri meno riusciti. Alcuni venderanno tanto, certi abbastanza, altri poco. Non me ne preoccupo. Ciò che davvero conta è la mia percezione del lavoro fatto sul libro (sono stato abbastanza severo con me stesso? sono stato pigro? sono riuscito a scavare via quella verità di cui parlavo prima?) e poi il feedback dei lettori (di certi lettori, non di tutti). In generale, prosaicamente parlando, ricavare da ‘sta faccenda del raccontare storie quel tanto che mi serve per considerarlo il mio lavoro è, per me, già un dono straordinario.

5 Che effetto ti fa leggere: "The thing is, I really wasen’t expecting her to go". E’ l’incipit della versione inglese di Nel mare ci sono i coccodrilli.
E invece come è nata la frase, "Il fatto, ecco, il fatto è che non me l'aspettavo che lei andasse via davvero". Ti ricordi il momento in cui l’hai scritta?
Leggendo la frase in italiano mi ricordo com’ero io quando la scrivevo; ricordo cosa c’era dentro la mia testa in quel momento. E se ci penso quasi mi commuovo. La cosa migliore che fanno i vecchi romanzi sono raccontarti di una persona che non esiste più: io non sono più quello scrittore lì, dovessi scrivere oggi quel libro certamente lo scriverei in modo diverso. Leggere la frase in inglese mi inorgoglisce: e solo una questione di orgoglio, non so spiegarlo in altro modo.

6 Qual è stato il consiglio più importante che hai ricevuto, sullo scrivere?
Raymond Carver che dice: “Scrivere è riscrivere”. Beppe Fenoglio che dice: “La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti.”

I libri di Fabio si possono trovare qui.









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