28 ottobre 2014

Il bugiardino di Velibor Čolić



Velibor Čolić, il disegno è di Nicoletta Calvagna

Mentre stavo leggendo Ederlezil'ultimo libro di Velibor Čolić, ho saputo che era in residenza a Marsiglia all'associazione Peuple & Culture e pensavo che mi sarebbe piaciuto incontrarlo.
Ci siamo visti una mattina di fine ottobre di sole e vento mistral. Abbiamo preso un caffè al porto, lui ha fumato un milione di sigarette e parlato fitto del suo scrivere. 
Non ci sono state delle domane e delle risposte, ma un andare avanti passando da una cosa all'altra, fino che è suonato mezzogiorno e dovevo tornare a casa.

Velibor Čolić è nato nel 1964 in Bosnia. Giovane cronista radiofonico e scrittore, è stato arruolato nell'Armata bosniaca durante la guerra per la pulizia etnica.
Disertore dell'armata nel 1992, viene fatto prigioniero ma riesce a fuggire. Rifugiato politico in Francia vive a lungo a Strasburgo. Autore di cinque libri in serbo croato, scrive gli ultimi quattro direttamente in francese.

Nel trascrivere le sue parole che avevo registrato, ho messo dei piccoli titoli, per facilitare la lettura.

La partenza per scrivere un libro

Per ogni romanzo è stato diverso. Per Jésus e Tito sono tornato nella mia piccola città dopo averla lasciata diciotto anni prima. Come se fossi arrivato a Tokio, a Oslo, non riconoscevo niente. C’era la luce di fine estate che c’è là da noi, nei cortili le donne grigliavano i peperoni, ma basta. Per il resto la città è stata completamente distrutta, le moschee, le chiese. Niente. Ed è stato uno shock. Dove c’era la moschea, c’è un parcheggio, la chiesa cattolica, ora c’è un supermercato. Io lo ricordo, ma le prossime generazioni non lo sanno.
Lì mi sono reso conto che la nostra memoria è fatta dagli altri. Molte cose sono mia madre, mio padre, i miei cugini che me l’hanno raccontate.
E mi sono chiesto, come posso fare per raccontare quel mondo? La penna.
Là è cominciata la scrittura.

Da cosa è nato Ederlezi, il libro sui gitani

Un po’ tutto. Dal ‘97 al 2001 sono stato a Budapest, questa volta non erano motivi politici, ero innamorato di una persona. Abitavo vicino al quartiere zigano, e ho cominciato a stare con loro, passavamo il tempo, ho sentito delle storie. Sapevo che avrei scritto su di loro, non subito magari, ma sapevo che sarebbero state storie per un libro. Non è veloce, ci vuole del tempo. Restavo al mio posto, non puoi diventare come loro, sei sempre un gadjo, un bianco, restavo sempre un osservatore, discreto, ognuno al suo posto.
Poi da noi in Bosnia ce ne sono molti, sono cresciuto con loro, giocavamo insieme. Mio padre, avevo tra i 7 e i 10 anni, la sera ne prendeva qualcuno a casa a dormire.
Ma dopo per scriverne bisognava evitare delle trappole. Non volevo dare una visione misera degli zigani, ma non bisogna neanche esagerare dall’altra parte, non sono nemmeno degli angeli.
E ho inventato anche molte cose, ho inventato proverbi antichi, ma con loro è possibile.
Poi è capitata una cosa bella.
Il libro è uscito il 5 maggio, per la festa de la Saint-Georges, e c’era una presentazione a Cassis, la prima presentazione. Arriva un uomo con i baffi, bello, alla Marlon Brando, era tutto vestito in giacca e cravatta, faceva un caldo. Si avvicina, aveva un accento corso, e mi dice, ei petit, voglio comperare il libro. Poi mi chiede, domani sei ancora qui?
Il giorno dopo ritorno al teatro, lui si presenta, Marlon Brando versione gitana, capelli lunghi, e mi fa: sai una cosa, petit, sta notte non ho dormito, a causa del tuo libro.
Non sapevo cosa dire.
È praticamente la mia vita, mi fa.
Qualche settimana dopo c’è il più grande raduno zigano a Sainte Marie de la mer, in Camargue. Là ho una casa, dice, la mia casa è aperta per te.
Questo non vale un premio dell’Accademie française. È stato il più bel complimento che ho ricevuto. Queste sono le grandi storie, le persone che vengono a incontrarti. Le critiche sono un’altra cosa.

I capitoli

Per me è molto importante l’organizzazione dei capitoli, la costruzione.
In Jésus e Tito i capitoli all’inizio li ho organizzati mettendo un sottotitolo: la scuola, i compagni, il calcio, per temi. Nelle varie storie il narratore andava dai sette ai vent’anni, all’inizio colleziona le figurine e alla fine si interessa alle ragazze, è cresciuto. E allora ho cambiato il montaggio, l’ho messo in ordine cronologico.
Ho fatto quattro versioni: cronologica, diviso per personaggi (papà, mamma, Gesù, Tito, i professori, i giocatori di calcio), questa versione non era male, per temi... Le altre versioni poi le ho cancellate. Per non avere poi dei rimorsi.
In Sarajevo Omnibus ci sono cinque grandi capitoli sulla città che girano intorno all’attentato di Sarajevo.
Dopo vari libri pubblicati con un editore più piccolo, provo a mandarlo Gallimard. Il commissario di lettura mi risponde ad agosto e dice devo dirti una cosa, ma adesso ci sono le vacanze, ti chiamo a settembre.
Io pensavo a tutte le possibilità, cosa mi avrebbe detto a settembre. L’unica cosa, pensavo, se mi dicono di spostare un capitolo sono obbligato a dire di no a Gallimard, non potrei spostarlo, non sarebbe il mio libro. Quando consegno un libro è quello.
Insomma, a settembre mi chiamano e il problema era il titolo, in origine si chiamava Carnevale dei dannati. L’editor mi chiede, sono tutti dannati? Non tutti. Chi è il personaggio principale? Sarajevo. Appunto. Avevo un sottotitolo, Romanzo omnibus, e ecco, è diventato Sarajevo omnibus. E lì ho accettato.
Poi abbiamo discusso delle piccole cose, il passato prossimo, il passato remoto, ma la costruzione era fatta.

Scrivere in francese

Per scrivere in francese ho fatto un passo alla volta, sono autodidatta. Appena arrivato in Francia c’era un corso di due settimane per le persone che domandavano esilio. Il primo giorno abbiamo imparato: dov’è la posta? ripetevamo, dov’è la posta? Tre giorni dopo eravamo ancora là, dov’è la posta? ho lasciato perdere. Poi sono stato accolto dal parlamento degli scrittori, a Strasburgo, là parlavo e nessuno capiva niente.
Nel manuale dell’esilio c’è un capitolo su lapin o le pain. Un giorno apro il frigo, volevo farmi un panino, e mi dico, si pronuncia lapen o le pen (coniglio o pane)? C’era una piccola panetteria ma mi vergognavo un po’. Allora vado alle Gallerie Lafaiette: texmex, ristorante cinese, intanto mi chiedevo, lapen o le pen? All’epoca avevo una grande barba, dei lunghi capelli, fermo una signora e le chiedo, scusi, signora, dov’è lapin? (Dov’è il coniglio?). Ci sono mille episodi simpatici, tragici…
Scrivere in francese richiede più sforzi, ma io cerco di raccontare una storia, in modo chiaro.  L’importante è scegliere il tono generale del libro. Preferisco frasi corte e semplici che le complicate, non mi piacciono le frasi piene di ma, invece, dunque. È la storia che mi interessa, e i personaggi.
E poi per me un romanziere deve seguire la verità letteraria, restare all’altezza dell’uomo, non guardare le cose dall’alto, ma dal livello dei personaggi. Kundera diceva, un romanziere non deve niente a nessuno tranne forse un po’ a Cervantes.
Il romanziere deve dire la verità letteraria. Sarajevo omnibus tratta un momento tragico, molto tragico. Ma l’ho presa come una commedia, mi sono ispirato a Sergio Leone.
Ho spostato in basso la camera, ho spostato la biro, e ho fatto una commedia sul tragico. Karl Marx ha detto che le farse che si ripetono diventano tragedie, io dico che le tragedie che si ripetono possono diventare farse.
Ho passato più tempo su internet a cercare che tipo di baffi portavano, che le date delle battaglie. I dettagli salvano la storia. Io preferisco guardare i tipi di pneumatici che le grandi imprese.
Mi piace integrare le citazioni, vere e false, mischiate. Poi una volta ho fatto un incontro a Bordeaux e tutto dove vai c’è un esperto di qualcosa, se fai un romanzo sull’anguria, c’è lo studioso delle angurie che viene a dirti che quella data, quel nome... ma la verità letteraria è un'altra cosa.

Scrivere, lavorare

Disciplina ogni giorno, mattina. Mi sono reso conto, quando scrivo in francese, che sono più concentrato al mattino. Lo chiamo appuntamento con il manoscritto. A volte metto solo un sottotitolo in corsivo, ma ogni giorno. A parte qui a Marseille, che non scrivo praticamente niente. Prima potevo scrivere sulle ginocchia, in treno, in aereo, in piedi, ora no, ho bisogno di essere a casa. Quest’anno sono stato molto in residenza, sono via da sei mesi, il prossimo anno posso stare a casa a scrivere.
Per una volta sono stato saggio, ho annunciato il mio prossimo libro per il 2017. Bisogna che mi metta una dead line, altrimenti mi disperdo.
Mi sono imposto il ritmo, ogni due anni scrivere un romanzo, anche perché bisogna dire cu cu, sono là. Altrimenti a Parigi si dimenticano di te. Le librerie sono per le novità, quando esce il libro ti chiamano, ti invitano. Passi alla radio, sui giornali, ma va veloce. Esci su Le monde il giovedì, il venerdì c’è già un’altra cosa, un altro libro.
Io vivo fuori, in Bretagna, non sto a Parigi. La Parigi letteraria funziona a bistrot, fare delle colazioni, prendere dei caffè.
Se avessi una famiglia alle spalle che mi dicesse, puoi prenderti un anno sabbatico per scrivere, ma io non ho niente, se non lavoro…
Allora accetto praticamente tutto quando c’è un assegno: presentazioni, incontri, fiere, adesso a novembre mi hanno invitato in Brasile per un festival dell’esilio. Il giorno prima raggiungo in treno un villaggio del nord con la giacca a vento, il giorno sono sull’aereo in camicetta brasiliana.
A volte non capiscono. Ma è lavoro, spostarsi prende tempo, organizzazione. E intanto che raduno dei soldi, prendo note sui miei quaderni, appunti, poi quando torno a casa accendo il computer e scrivo.

Dopo aver scritto il libro

Bisogna essere un po’ sicuri di sé.
Da Gallimard vai, entri nel palazzo bellissimo, a tre piani, con sale ovali, foto di Camus e Sarte, poi c’è un’altra sala per gli incontri, dove sono entrati i premi Nobel, c’è un giardino, fate colazione.
E tu arrivi lì col tuo piccolo libro sui bosniaci o i gitani.
Bisogna pensarci, dopo che scrivi il libro c’è tutto questo. E ci va dell’esperienza per sapere come muoversi, pensare come fare, pensare a tutto. Bisogna fare bene il proprio lavoro, poi ci sono cose che vengono da sole, ma è tutto fragile, se il prossimo libro non è buono, arrivederci.
Poi per il valore del manoscritto. Il primo romanzo non ti pagano, da Gallimard non c’è anticipo, poi se c’è la vendita, prendi la percentuale, il primo libro è tra l’8 e 12 %.
Per i romanzi successivi bisogna negoziare. In Francia non ci sono agenti letterari, ti occupi personalmente del tuo libro, bisogna imparare a fare anche questo. Un autore non del tutto sconosciuto, può avere 1000 euro ogni 1000 esemplari venduti del libro precedente.
Quindi la pubblicità è importante, a Gallimard lo fanno bene, ci sono 400 impiegati per la comunicazione.
Ma poi il business non è tutto. Ci sono scrittori che non vendono molto, ma vengono stimati per il loro pregio letterario, allora ricevono un salario mensile per poter scrivere tranquilli. Non ce ne sono molti, ma ce ne sono.





 Libri pubblicati in Francia:

'Ederlezi' (comédie pessimiste), roman, Gallimard, 2014

Prix du rayonnement de la langue et de la littérature française de l'Académie française 2014

'Sarajevo Omnibus', roman, Gallimard, 2012.

Prix littéraire européen ADELF 2013.

'Jésus et Tito', roman, Gaïa Editions, 2010.

Prix de Jeunes Lecteurs Européens – Jean Mannet, Cognac, 2012.

Prix Des Lycéens & Apprentis PACA, Marseille, 2012.

Prix Des Jeunes Européens, Lyon 2011. 

'Archanges (roman a capella)', roman, Gaïa Editions, 2008.

'Perdido, roman, Le Serpent à Plumes, 2005.

'Mother Funker', roman, Le Serpent à Plumes, 2001.

'La vie fantasmagoriquement brève et étrange 

d'Amadeo Modigliani', roman, Le Serpent à Plumes, 1995.

 Réédition en poche 'Editions du Rocher', 2005.

'Chronique des oubliés', récits, Le Serpent à Plumes, 1994.

 Rééditions en poche 'Le Serpent à Plumes', 1996, 2000.

'Les Bosniaques', récits, Galilée, 1993.

 Rééditions en poche 'Le Serpent à Plumes', 1996, 1998, 2000.

Libri pubblicati in Croazia non tradotti in francese:

 'Kod Alberta' (Chez Alberto), roman, Naklada Ljevak, 

Zagreb, Croatie, 2006.

 'Odricanje svetog Petra, (Renoncement de Saint-

Pierre), roman, Quorum, Zagreb, Yougoslavie, 1991.

 'Madrid, Granada, ili bilo koji drugi grad'(Madrid, 

Grenade ou n'importe quelle autre ville), roman, Quorum, Zagreb, 

Yougoslavie, 1987.

Libri pubblicati in Italia:

"I Bosniaci", Giunti Editore, 1996

"Gesù e Tito", Nikita, 2011

1 commento:

Mari Accardi ha detto...

Li cerco subito i suoi libri.