27 settembre 2014

Tutta qui la faccenda

Louis-Ferdinand Céline

In una lettera a André Rousseaux Céline diceva

Non posso leggere un romanzo scritto nel linguaggio tradizionale: Sono abbozzi di romanzi. Non sono mai romanzi. Il lavoro è ancora tutto da fare... La loro lingua è impossibile. E' morta.
Perché prendo tanto a prestito dalla lingua, dal gergo, dalla sintassi argotica, perché me la formo da me secondo il bisogno del momento? Perché, l'avete detto voi, questa lingua muore subito, dunque ha vissuto, dunque vive intanto che la uso. 
Una lingua, come il resto, muore continuamente, deve morire. Bisogna rassegnarsi. La lingua abituale dei romanzi è morta, sintassi morta, tutto morto. Moriranno presto anche i miei, senza dubbio. Ma almeno avranno avuto una piccola superiorità su tanti altri, quella di esser vissuti per un anno, un mese, un giorno. 
Tutta qui la faccenda. Il resto è solo grossolana, imbecille, rincitrullita vanteria. In tutta questa ricerca di francese assoluto, c'è un'ottusa, insopportabile pretesa all'eternità della forma scritta.

(Céline e l'attualità letteraria, Testi riuniti da Jean-Pierre Dauphin e Henri Godard, Milano, SE, 2001)

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