22 settembre 2014

Ritratti: Kafka

Franz Kafka

Scrive Pietro Citati nel suo libro su Kafka

Così si impose questa disciplina: si sedeva alla scrivania alle dieci di sera e si alzava alle tre, talvolta alle sei. Scriveva nel buio, nella solitudine, nell'isolamento, mentre tutti gli altri - Felice che non voleva vedere, il padre e la madre con cui scambiava poche parole e gli amici - dormivano; e gli sembrava di non avere ancora abbastanza silenzio, e che la notte fosse ancora troppo poco notte. Avrebbe voluto cancellare il giorno e l'estate, l'alba e il crepuscolo, prolungare la notte oltre i suoi corti confini, trasformandola in un solo interminabile inverno. Intorno a lui, c'era l'immobilità più profonda; e pareva che il mondo si dimenticasse di lui.
La sola notte non gli bastava. Siccome la sua ispirazione non veniva dall'alto ma dagli abissi, anche lui doveva scendere sempre più in basso, verso le profondità della terra; e giunto laggiù, rinchiudersi, come quel carcerato che nella profondità dell'anima egli era. "Ho già pensato più volte che il mio modo migliore di vita sarebbe quello di stare con l'occorrente per scrivere e una lampada nel locale più interno di una cantina vasta e chiusa. Mi si porterebbe il cibo, lo si poserebbe sempre lontano dal mio locale dietro la più lontana porta della cantina. La strada per andare a prendere il pasto in veste da camera, passando sotto le volte della cantina, sarebbe la mia unica passeggiata. Poi ritornerei alla scrivania, mangerei lento e misurato e riprenderei subito a scrivere. Chissà quali cose scriverei! Da quali profondità le tirerei fuori!".

(Pietro Citati, Kafka, Milano, Bur, 1992)

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