23 agosto 2014

Il bugiardino di Marco Drago

Marco Drago, disegno di Nicoletta Calvagna

Qualche mese fa stavo leggendo un libro di Marco Drago. Per caso una sera ci siamo scambiati qualche messaggio attraverso internet, senza conoscerci personalmente. E da quella coincidenza, di incrociare la persona che ha scritto il libro che sto leggendo, è venuto poi questo bugiardino.

Come ti è venuto in mente di scrivere? Quando e come hai cominciato?
Se andiamo proprio ai tempi dei 16 anni, mi sono innamorato delle poesie dell'austriaco Georg Trakl (1887-1914) e ho scritto per un bel po' delle poesie che imitavano lo stile decadente di Trakl. Però il vero impulso a impegnarmi nello scrivere me lo diede un'insegnante di italiano al Liceo. Si chiama Barbara, ci sentiamo ancora spesso, devo dire grazie a lei. Diede un tema da fare a casa, si intitolava “Il mio gatto”. Frequentavo la quarta liceo linguistico, un titolo così era ovviamente una provocazione per spingerci a scrivere qualcosa di “creativo”. Io scrissi un raccontino di una pagina che a lei piacque così tanto che decise di leggerlo ad alta voce agli altri compagni. E poi mi disse di continuare a scrivere e mi consigliò di leggere Vittorini. Ricordo quello, come inizio del tutto.

Quando scrivi un libro ti dedichi solo a quello o nel frattempo lavori, traduci, insegni…? Voglio dire, per scrivere un romanzo ti prendi del tempo per fare solo quello o si aggiunge al resto, nel tempo che rimane?
Quando scrivo un libro tendo a dedicargli la mattina e, eventualmente, la notte. Il resto del giorno devo per forza fare altro.

Come coniughi la realtà, quello che vedi e che ti succede, con le storie che scrivi? Come trasformi in racconti e vicende narrative quello che ti capita?

Dipende da quel che sto scrivendo, per certi libri ho attinto a episodi realmente accaduti nel passato. Se il libro è tutto autobiografico (e mi è successo di scriverne) allora seleziono le cose che mi fanno gioco nella narrazione. Se invece il libro è di pura fiction, cerco di guardare i fatti contingenti un po' dall'alto, estrarne una lezione “morale”, e inserire quella “morale” nel libro che sto scrivendo, magari cambiando del tutto i dettagli. Però raramente succede davvero qualcosa di così meritevole di attenzione, alla fine è meglio inventare tutto.

Per scrivere un romanzo segui l’ordine in cui poi si leggerà la storia, parti dall’inizio e vai avanti, oppure sovrapponi delle parti che monti alla fine?
A volte faccio in un modo, a volte in un altro. Non mi piace avere metodo, in quello che faccio, per cui ogni libro è stato sempre diverso dall'altro.

Come hai scelto i titoli dei tuoi romanzi?
Provando e riprovando, spremendomi le meningi, immaginando le copertine, immaginando che effetto avrebbero avuto sui lettori. Di solito tendo a usare titoli non supermoderni. “L'amico del pazzo”, “Domenica sera”, “Zolle”... sono titoli senza tempo. Non mi piacciono tanto i titoli figli della cultura pop. Il mio omaggio personale al pop (I Blur di “Modern Life Is Rubbish”) disinnesca la citazione con l'utilizzo del dialetto (“La vita moderna è rumenta”).

E alla fine, che influenza hanno le critiche e gli apprezzamenti? Come li prendi?
Ti dico una verità: esce un libro e basta. Nessuno viene mai a dirti: “Bello” o “Brutto”. Almeno, a Milano e in Piemonte. Forse a Roma è diverso, ma quassù vige una specie di indifferenza, mascherata da rispetto delle convenzioni, che fa sì che si contano sulle dita di una mano le persone che provano a esprimere giudizi seri e figli di letture attente dei libri in questione. Magari qualcuno ti dice: “Bello, il tuo libro!” ma non saprai mai se l'ha letto davvero. Poi ogni tanto escono recensioni su giornali o blog, sono quasi sempre buone o neutre, per cui le prendo bene.

I libri di Marco Drago si possono trovare qui,

Nessun commento: