24 luglio 2014

Ecco cosa vuol dire copiare

Vincent Van Gogh, Natura morta con assenzio, 1887

C'è una cosa che diceva Giacometti in un'intervista con André Perinaud nel giugno Sessantadue che mi piace. E' sulla realtà, il copiare, la scrivo.

Si può credere che il realismo consista nel copiare... un bicchiere così come è sul tavolo. Di fatto, non si copia mai altro che la visione che ci resta a ogni istante, cioè l'immagine che diventa coscienza... Non si copia mai il bicchiere sul tavolo: si copia il residuo di una visione... ciò vuol dire che la realtà diventa dubbia, perchè è dubbia la proiezione nel mio cervello, ossia parziale. Si vede come se la cosa sparisse, poi riapparisse, sparisse, riapparisse, ossia ci si ritrova più o meno sempre tra l'essere e il non essere. Ecco cosa vuol dire copiare.

1 commento:

lonecanary ha detto...

«Questa pittura m’ha fregato per due anni, ero proprio stupido a correre dietro all’oggetto. Non ho proprio bisogno degli oggetti davanti agli occhi, mi basta la memoria. Se guardo le cose mentre dipingo, mi frego, perché corro stupidamente dietro all’oggetto e perdo la pittura. E io non sono proprio niente “impressionista”. Ora m’accorgo, devo fare come per i disegni, che mi servivo unicamente della memoria e sulla carta vuotavo l’oggetto mio, quello che si era formato dentro di me. La mia natura è antimpressionistica e io devo fare un’altra cosa, e cercare anzi il massimo dell’astratto. E poi erano altre tecniche, io non conosco, ma il copiare la realtà m’istupidisce, le cose mi avviliscono la sensibilità del colore e m’intorpidiscono il polso. Come la serie dei cavalli e dei pagliacci, voglio fare una serie di città, per esempio dei paesaggi di Torino nella nebbia, ma ostia! Non deve essere più Torino né la nebbia, perché devo mettere già io una “mia” nebbia sul quadro, devo già fare io una nebbia, cioè un colore, e una città che sia già tutta un fantasma e non una veduta di Torino. Le dirò che io sogno male, non che sia un incubo, ma una specie di affanno che mi prende quando sono in una via di Roma e cammino, e poi, di botto, mi trovo in una piazza di Vienna e mi perdo e chiedo la strada e mi pare d’essere a Milano o a Parigi, e l’affanno mi sveglia. Vorrei fare una città che sia questo mio affanno intimo, come i cavalli erano il ricordo profondo della mia infanzia, mio zio era mercante di cavalli…».

Velso Mucci, Mercato delle Pulci, IL POMERIGGIO CON SPAZZAPAN (parzialmente inedito)