15 gennaio 2014

Fin che la barca va


Foto Studio Rollei

Fin che la barca va lasciala andare.
Mi è sempre piaciuta parecchio come frase. Talmente mi piaceva che a un certo punto, dopo aver bevuto qualche bicchiere, facendo conversazione astratta, potevo usarla per dare un consiglio sentimentale, potevo presentarla come summa di una mia personale maniera di prendere la vita. Fin che la barca va lasciala andare. 
Era una frase che tiravo in ballo in diverse circostanze. Una volta stavo parlando con una persona sulla trama di una storia e la persona voleva convincermi del fatto che in una storia devono per forza arrivare degli elementi esterni a perturbare l'ordine di una situazione. 
E così si è presentato il momento in cui questa persona dice che l'idea per cui Fin che la barca va lasciala andare non può diventare un storia. 
Secondo lui un narratore dovrebbe fermare la barca in un porto, farla assalire dai pirati, farla naufragare su un'isola, farle finire il carburante, per esempio. Si tratterebbe di creare delle situazioni per cui l'ordine iniziale viene perturbato dall'interruzione del viaggio.
Solo che personalmente, pensavo poi, a me piacerebbe di più pensare a quelli che stanno sopra la barca mentre la barca va avanti. 
Per esempio come ha scritto David Foster Wallace in un saggio che si intitola Una cosa divertente che non farò mai più pubblicato da minimum fax.


"A un giovane scrittore viene commissionato il reportage di una settimana in crociera extralusso nei Caraibi. Lo scrittore è David Foster Wallace e la permanenza sulla "meganave" si trasforma in un'esilarante cronaca, ma anche in un acido ritratto dell'americano in vacanza, delle sue abitudini ottuse, della sua eleganza pacchiana e - naturalmente - della sua ricerca di un forzato e artificiale relax" (Continua qui http://goo.gl/9u23T)


E' un bel libro da leggere, e poi è praticamente un manuale di scrittura. Solo che le questioni non vengono spiegate, ma mostrate. E dopo le mette in ordine chi legge.

Il libro si trova qui

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