10 ottobre 2013

Il bugiardino di Marta Pastorino

Marta Pastorino, 
il disegno è di Nicoletta Calvagna

Marta Pastorino ha pubblicato due libri. Effetti collaterali uscito nel 2006 per Meridiano Zero e Il primo gesto, edito da Mondadori nel 2013.
La cosa che mi sorprende di più nella sua scrittura, soprattutto ne Il primo gesto, è il fatto che le cose accadono e basta, che i personaggi sono così e basta. Le azioni e i comportamenti non sono legati da una rigida conseguenza causale, ma vengono spontaneamente, a volte senza ragione, ma talmente naturali che non potrebbe essere altrimenti.
E insomma, questo è il suo bugiardino.

Innanzitutto, oggi leggevo una polemica sulla scomparsa della scrittura su carta, sul fatto che vengano perse le tracce delle varie stesure e correzioni di un romanzo. Tu scrivi sempre e solo al computer o annoti anche su fogli, quaderni?
Lavoro al computer ma stampo molto spesso. Credo di aver conservato i passaggi principali delle diverse stesure dei racconti che ho scritto. Del romanzo, a ogni modifica significativa, ho stampato una copia. Questo perché sì, scrivo al computer, ma ho bisogno di rileggere cartaceo, molto spesso prendo appunti e risistemo direttamente sulle pagine stampate.
Scrivere per me significa dunque battere al computer, il gesto della scrittura con la penna su carta porta a tutt’altro risultato, più privato.

E poi, quando decidi di scrivere, come procedi? Ti dai degli orari, programmi il lavoro, oppure sei un' indisciplinata?
Il processo è tormentato. Credo che ci sia una prima fase in cui qualcosa sedimenta dentro di me, in cui non penso molto alla scrittura, ma in qualche modo “si fa da sé” interiormente. Può durare a lungo, poi subentra un periodo di tentativi e dubbi: un po’ ho l’impressione di essere pronta a cominciare un po’ no. Queste due fasi mi sono indispensabili, credo.
Poi, quando ho un incipit (o almeno finora è andata così…) divento molto disciplinata e mi do delle regole. La prima stesura de Il primo gesto è durata per esempio da novembre a marzo, in quell’inverno (per una combinazione fortunata e isolata di fatti della vita) ho avuto la possibilità di scrivere al mattino, tre-quattro ore, più due ore al pomeriggio, tutti i giorni, dal lunedì al venerdì.
Nei periodi di riscrittura, in cui entro spesso in crisi, le pause diventano significative. La riscrittura è il momento fondante del processo di costruzione e creazione del testo. Non sono da sola. Ho bisogno che ci sia qualcuno che mi legga, che sia specchio e testimone di quello che sto facendo. Così è stato con la mia agente-editor, che nel caso de Il primo gesto, era con me dall’inizio.

Effetti collaterali, il tuo primo romanzo, è stato pubblicato nel 2006. Tra quel libro e Il primo gesto, uscito nel febbraio 2013, hai avuto dei momenti di buio, di blocco, oppure hai avuto bisogno di questo tempo semplicemente per scrivere?
Effetti collaterali era un racconto lungo, chiamato romanzo perché in Italia non esistono (o esistono molto poco) le forme intermedie. Chiamarle “novelle” le fa sembrare di un’altra epoca. Poco tempo dopo l’uscita di quel piccolo libro, ho iniziato a scrivere un romanzo, di giorno lavoravo in un museo, e la sera scrivevo. Ci ho impiegato tre anni, ma non ho trovato editore per quella storia. Un giorno ne ho stampata un’ultima versione, ho comprato una scatola di cartone della misura, e vi ho riposto le pagine. Per una notte intera ho pianto, poi di mattino mi sono trovata a scrivere una storia nuova. Così è iniziato Il primo gesto, e credo che quei tre anni siano stati il mio apprendistato in solitudine per il lavoro successivo, che è durato altri tre anni, più o meno. Mi pare che il tempo trascorso tra uno e l’altro, con la vita in mezzo, sia stato giusto.

Secondo te che cos’è un blocco, una difficoltà nella scrittura? E, se ti è capitato di averne, come l’hai affrontata?
Credo che scrivere non sia obbligatorio, che non debba essere una forzatura, ma una necessità per cui certe storie devono uscire, in una certa forma. Anche se è difficile da accettare, laddove c’è un blocco, è perché forse bisogna guardare da un’altra parte, “cambiare discorso”, prendersi del tempo. All’inizio avevo molta fretta, ora sto imparando che tempo e attesa sono due elementi cardine.
Per me poi, la parola “difficoltà” è contenuta dentro la parola scrittura, semplicemente perché la scrittura è il mezzo che ho trovato per guardarmi dentro e la lente per guardare fuori, a volte sarebbe più facile non farlo. Non guardare. 

E un’ultima cosa, Il primo gesto è scritto in prima persona. Si avverte però un distacco tra chi scrive e Anna, il personaggio centrale. Scelta che per altro a me piace molto. E’ una delle rare volte che si legge un libro in prima persona e non si ha l’impressione di entrare nella vita di chi l’ha scritto. Comunque, come mai questa scelta piuttosto di una neutrale terza persona?


La scelta della prima persona è stata dettata proprio dal mio desiderio di entrare nella voce narrante della protagonista, che fosse in qualche modo controparte di me, nel suo essere a me opposta per certi aspetti, ma identica per altri. Il distacco di cui tu parli forse è questione di non condiscendenza, di una certa durezza che mi appartiene in generale nei confronti di me stessa e degli altri. Mi colpisce molto questa interpretazione.

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