22 ottobre 2013

Dicessero pure che era una mediocre scrittrice, ma non una cattiva cuoca

Goliarda Sapienza

Lei, Goliarda Sapienza, faceva così.

"Scriveva di solito la mattina cominciando intorno alle nove e mezza, e andava avanti sino all'una e trenta, le due tutti i giorni, cercando di sfuggire - e non era facile - ai numerosi inviti a colazione nel sole di Roma di quegli anni beati e agitati. Diceva sempre che scrivere significa rubare il tempo anche alla felicità. Si riposava canonicamente le domeniche. Fumava molto, come un po' tutti allora. La giornata di lavoro si concludeva poi spesso con un bagno caldo. Nel tardo pomeriggio suonava alla porta una assai più giovane amica, Pilù, quasi rossa con delicate efelidi sul viso e grandi occhiali. Insieme fumavano e bevevano, ma soprattutto Goliarda le rileggeva quanto aveva scritto la mattina. La regolarità dell'ascolto di Pilù credo sia stata determinante... Pilù ascoltava con attenzione non professionale ma da accanita e colta lettrice. D'altra parte Goliarda qualche volta faceva leggere quanto scriveva anche a Peppino, l'amato, distinto e sensibile portiere della casa di via Denza.
Goliarda e Pilù andavano avanti così fino a sera. Dopo di che Goliarda cucinava una rapida cena col suo straordinario talento di cuoca. Riusciva a cucinare di tutto, con tutto, e soprattutto senza farsene accorgere. Teneva molto al riconoscimento di questo suo talento. Dicessero pure che era una mediocre scrittrice, ma non che era una cattiva cuoca...
L'indomani mattina, dopo l'immancabile caffè nero a stomaco vuoto dei siciliani, Goliarda risaliva al piano di sopra, in alto fra cielo e nuvole - una curiosa mansarda ricavata da uno stenditoio, con un'immensa vetrata sul mare di pini sognanti di Villa Glori -, si sedeva su una bassa poltroncina barocca, si poneva sui ginocchi come scrittoio una custodia di cartone vuota, che aveva racchiuso vecchi dischi a 33 giri (le fantasie di Bach eseguite, credo,  da Gieseking) e riprendeva a scrivere circondata da una distesa di appunti tutti disseminati sul parquet. Scriveva sempre su comuni fogli di carta extra-strong piegati in due perché, diceva, questo formato ridotto le consentiva una sua idea di misura - io credo però che fosse un ricordo, un bisogno delle dimensioni del vecchio quaderno dell'infanzia - dove vergava le parole con una grafia abbastanza minuta, facendo ciascun rigo via via più rientrato sino a ridurlo a una o più parole, allora ricominciava daccapo con un rigo intero. Veniva fuori un curioso disegno, una specie di elettrocardiogramma di parole, sì, una scrittura molto cardiaca. Goliarda scriveva sempre a mano, diceva che aveva bisogno di sentire l'emozione nel battito del polso, servendosi di una semplice Bic nero-china a punta sottile. Ne consumava decine semplicemente perché le disseminava dappertutto e poi non le trovava più".

(Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Viterbo, Stampa Alternativa, 2006. Dalla prefazione di Angelo Pellegrino.)

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