24 settembre 2013

Il bugiardino di Jacopo Masini

Jacopo Masini, 
il disegno è di Nicoletta Calvagna

Jacopo Masini è stato il mio primo maestro a un corso serale della Holden. Le sue lezioni finivano, praticamente sempre, fuori dalla scuola, dentro una panda rossa a discutere di tortelli, parigini e malvagia. Così arrivava l'alba a inventare storie o parole inesistenti che poi si finiva per credere vere. 
Mi ha insegnato che si può scrivere con parole facili, che si possono raccontare storie normali e che se si esagera a bere la grappa, dopo, non si riesce più ad assaggiarla.

Jacopo ha pubblicato tre libri per Epika Edizioni.
Lo stagionale nel 2012, La bambina più bella della scuola nel 2011 e Polpette nel 2010.

Secondo te c’è qualcosa che bisogna saper fare per scrivere un romanzo? Voglio dire, per suonare la chitarra bisogna almeno saper fare gli accordi, per fare una fotografia bisogna almeno saper mettere il fuoco… Per scrivere un romanzo?
 Allora, non so se ci sia solo un elemento indispensabile. Anzi, non credo. Penso invece che ce ne siano almeno due o tre. Due essenziali: avere a disposizione buoni personaggi e un innesco narrativo interessante. L’innesco narrativo è quello che Stephen King definisce come “e se”. Ad esempio: e se uno scrittore in crisi accettasse l’incarico di custode di un hotel di montagna, completamente isolato durante i mesi invernali? La risposta è ‘Shining’. Questa risposta, nel caso specifico, contiene anche l’altro elemento. Jack Torrence è infatti un ottimo personaggio. Ex alcolista, disturbato, frustrato, paranoico, schizofrenico, in crisi con la moglie e padre di un bambino straordinario, con poteri paranormali.  A questo punto abbiamo tutto, l’innesco e i personaggi. Basta farli muovere, assecondarli e il romanzo nasce. Il terzo elemento è una specie di sensibilità architettonica, cioè la capacità di organizzare la narrazione mentre cresce e una volta che è conclusa.

Ci sono degli aspetti della narrazione che valgono in generale, al di là delle specifiche forme? Aspetti che sono presenti sia in un romanzo, che in un fumetto, che in un saggio, che in una poesia…?
 Be’, la prima cosa che mi viene in mente è che hanno in comune un autore. Cioè qualcuno che modula la propria voce – in senso molto ampio ­– per raccontare o esprimere qualcosa. Gli esempi che hai fatto sono molto diversi tra loro, in alcuni casi molto difficili da accostare, credo. Non so, mi viene da dire che una poesia di Montale ha più cose in comune con i saggi di Montaigne, che con un film di Spielberg. Ma la risposta vale dal punto di vista strettamente narrativo. Voglio dire, alcune forme di narrazione, che hanno un plot e dei personaggi, certamente si somigliano: il cinema, il fumetto, il romanzo, i radiodrammi, le soap, ecc… Se proprio dovessi dire cos’hanno in comune tutte le forme che mi ha proposto, direi il desiderio di capire che cosa diavolo ci stiamo a fare al mondo, usando la scrittura. Una specie di menzogna che va alla ricerca della verità.

Quando cominci a scrivere conosci già il finale della storia? Quando cominci un romanzo hai già l’idea del suo sviluppo?
 A dir la verità ho scritto una specie di romanzo epistolare e adesso sto scrivendo un romanzo vero e proprio, in senso più canonico. Quindi la mia esperienza è limitata. Comunque no, non parto sapendo dove andrò a finire. Ho una situazione, dei personaggi e li seguo. Sono loro a decidere cosa succede. So che sembra una cosa assurda, sebbene l’abbiano già detta tanti grandi scrittori, ma è esattamente così. I personaggi ti sorprendono. A un certo punto, mentre scrivi, ti accorgi che stanno per fare qualcosa che non avresti mai immaginato ed è necessario che lo facciano. Poi, in effetti, mano a mano che la storia procede, inizi a intravedere il profilo di qualcosa che somiglia all’approdo del libro. Una specie di orizzonte conclusivo.

Dopo, una volta che hai cominciato, come prosegui? Scrivi d’un fiato una prima stesura e poi ci ritorni, correggi e cambi, oppure vai avanti lentamente e la prima stesura in linea di massima corrisponde a quella definitiva?
 Dipende. Mi è capitato di scrivere di getto e poi sistemare, eliminare, rifinire e altre volte di andare lentissimamente. Nel caso del romanzo che sto scrivendo, procedo a pezzetti, seguendo più o meno un consiglio di Hemingway: mi interrompo quando arrivo a un punto da cui so come riprendere. Insomma, sto scrivendo molto lentamente, scrivendo e riscrivendo. Negli intervalli penso spesso a cosa accadrà nel pezzo nuovo, ma poi, quasi sempre, la storia procede in una direzione del tutto imprevista.

E poi, c’è una frase, una citazione o un consiglio che tieni a mente mentre scrivi? Una specie di “santino” per il tuo scrivere?
 Ce ne sono tanti, ma uno in particolare. È di Stephen King, di nuovo. È una risposta lapidaria a una questione che si pone lui stesso e che dà il titolo a uno dei capitoli di ‘On Writing’. La questione, cioè il titolo del capitolo, è “Che cos’è scrivere”. La risposta è “Telepatia, naturalmente”. Nel resto del capitolo spiega che non si riferisce a “mitiche coglionate dell’altro mondo”, ma a telepatia autentica. E lo dimostra. Io penso sia proprio così e quando scrivo lo tengo sempre bene a mente: quello che scrivo, dal punto del tempo e dello spazio in cui mi trovo, un giorno arriverà a qualcuno, spostato rispetto a me sia in senso fisico che temporale. E quel che ho scritto entrerà nella sua testa e produrrà una serie di immagini e di suoni e di sensazioni fisiche che ho indotto io. Non è una roba pazzesca?

Qui si possono trovare i suoi libri

Nessun commento: