16 settembre 2013

E poi un giorno il romanzo è finito

Viola, Vertigini e Vaniglia, il primo romanzo di Monica Coppola

Questa volta siamo arrivate davvero alla fine. E siamo contente. 
Scrivo al plurale perché l'altra persona coinvolta si chiama Monica Coppola. 
Ci siamo conosciute qualche anno fa alla Holden dove ho cominciato a seguire il suo progetto. Poi abbiamo continuato a lavorare insieme con un accompagnamento letterario un po' speciale (perché oltre al lavoro nel frattempo abbiamo iniziato anche a volerci bene). 
Insomma, a giugno ha finalmente finito di scrivere il suo romanzo Viola Vertigini e Vaniglia che ora è uno dei finalisti del concorso Il mio esordio. 
Non so se sia più contenta Monica o io. 
E allora le ho domandato di raccontare cos'è stata per lei la scrittura del suo primo romanzo. Le varie fasi, tecniche e emotive. Dall'inizio, quando diceva che non ce l'avrebbe mai fatta, a oggi, che il suo libro è bello e finito. 
E si può leggere qui, in formato ebook 

Insomma, ecco quel che dice Monica.

Dal “ Kaos “a “Viola, vertigini, vaniglia”: come provare a trasformare un ibrido in un romanzo, senza scoraggiarsi e perdersi per strada.

La prima volta che incontro Gessica è anche la prima volta che metto piede alla Holden: lezione numero uno delle dieci lezioni individuali che marito e figlie hanno deciso di regalarmi per incoraggiarmi a riprendere la penna in mano…
Ho sottobraccio il mio “Le Stagioni del kaos” una raccolta di racconti che ho cercato di trasformare in un “libro” ma in realtà ne è venuto fuori un ibrido a metà tra un manuale ironico e chissà cos’altro.
In ogni caso di una cosa ho la certezza: è ben lontano dall’essere un romanzo…
Gessica lo legge tutto per intero e poi mi dice che la mia “penna” è vivace e che tra quelle pagine c’è del buono su cui si può iniziare a lavorare.
Perfetto, allora si comincia.
Armata di entusiasmo e determinazione inizio il mio cammino e rimetto tutto in discussione per tentare una grande sfida: provare a trasformare “l’ibrido” in un vero romanzo.
Scopro subito che, indipendentemente dalla costruzione di una storia è importante sviscerare ogni singolo personaggio, capire come parla, come si veste, cosa gli piace, cosa detesta, dove vive e se necessario anche che tipo di biancheria intima indossa e che marca di cereali consuma.
Perché se non conosco io per prima ogni sfumatura dei miei personaggi, non sarò mai in grado di descriverli.
E così inizio a pensare alla “natività” di Viola, la mia protagonista, e inciampo dapprima in un complesso albero genealogico in cui i personaggi femminili lottano a colpi di panno umido per conquistare un posto d’onore nella stirpe famigliare. Versione bocciata e abbandonata.
Così provo ad immaginare un contesto diverso e mi viene l’idea di una nascita sotto un campo di cavoletti di Bruxelles:mi piace decisamente di più ma ancora non so se la potrò utilizzare all’interno del romanzo.
In ogni caso ora conosco tutti i dettagli sulle origini della mia protagonista e posso procedere.
 Gli altri personaggi si fanno strada da soli, spuntando come funghi.
Sono tanti, forse troppi.
Alcuni  nascono da soli con naturalezza, si vedono fin dalla prima riga, come Emma l’amica del cuore di Viola, o Mikaela la sgargiante assistente di direzione.
Altri invece mi fanno perdere la testa: le zie “floreali” sono troppo “macchiette”; Matilde, la cugina archistar, è troppo presuntuosa e petulante, la madre di Viola è troppo rigida, detestabile.
Insomma ancora non ci siamo…
E così procedo per tentativi, smorzo alcuni tratti distintivi, ne sfumo altri, ne introduco di più nuovi e originali.
E poco per volta i miei personaggi sbocciano: Viola ed Emma in primis, poi la cugina archistar Matilde, il suo impostato e razionale consorte Edoardo, Tancredi, misterioso editor al profumo di borotalco, Alex il premuroso cake designer, le zie floreali Iris, Gelsomina e soprattutto Dalia che anche se ha un po’ la testa fra le nuvole è sempre pronta ad accogliere Viola.
Arrivano anche, il pizza boy, l’affascinante Cocktail Man, la vicina signora Caco, la vecchietta con le ciambelle e le altre comparse.
Sono tanti e tenerli insieme, far emergere le loro diverse sfumature non è semplice.
É necessario lavorare sulle loro relazioni, costruire i legami.
Gessica mi suggerisce delle domande a cui io cerco di trovare delle risposte. Cosa facevano Matilde e Viola da piccole? E perché ora si detestano? Cosa non va tra Viola e sua madre? Come si sono conosciute Emma e Viola?
Inizio a pensare ad alcuni flashback da inserire nella storia per svelare alcune tracce del passato.
E nasce il ricordo del Marmellata day, in cui c’è una Viola bambina circondata da tutta la famiglia e successivamente i concerti di Ligabue, in cui compare la versione groupie di Viola accanto ad una Matilde piuttosto perplessa…
Poi è ora di dar voce ai personaggi, di lavorare sui dialoghi.
Nota dolente…
Nel mio “ibrido” esisteva soltanto il discorso indiretto (addirittura la protagonista parlava in seconda persona plurale!!!) ma adesso è tempo di affrontare la spinosa questione.
I primi tentativi di far parlare i miei personaggi si traducono in lunghi monologhi in cui mentre uno parla  l’altro molto probabilmente si schiaccia un pisolino…
E così con Gessica imparo a “sfoltire” cominciando a trasformare i dialoghi in scambi di battute veloci e ritmate tra i personaggi.
Dopo un tempo infinito ecco conquistata un’altra tappa fondamentale: i miei personaggi ora “sanno parlare”!
E battuta dopo battuta la storia si snoda e prende forma…
Dopo oltre due anni di lavoro, a gennaio 2013 termina la seconda “vera” stesura.
Siamo a un passo dal traguardo.
Il mio ibrido non è più tale, la crisalide è diventata farfalla ed ora è “quasi” un romanzo.
Quasi perché è come una casa in cui ho costruito solide fondamenta ma ancora qualche porta cigola, un paio di maniglie non funzionano e il rubinetto perde un po’…
Alcuni nodi narrativi sono da ultimare, alcuni capitoli non convincono troppo e inoltre ritmo e coerenza e stile non sempre sono impeccabili…
Insomma è ora di rimettersi al lavoro.
E così inizia la terza stesura, la più impegnativa, la più difficile, la più sfidante: togliere il “quasi” e trasformare Viola in un romanzo con tutti i crismi.
Rileggo, taglio, aggiungo, riscrivo, sorrido felice, penso ecco ci sono quasi, forse ce la faccio…
E poi mi perdo, vado in panico, mi faccio prendere dallo sconforto, vorrei cancellare tutto, penso che non finirò mai…
Ma Gessica è sempre lì, da qualche parte nel cyberspazio, a raccogliere i pezzi del mio romanzo e le mie perplessità.
Mi scrive che ho scritto una storia bellissima, allegra e divertente ma anche romantica e commovente e mi esorta a continuare.
Rincuorata vado avanti e file dopo file, revisione dopo revisione arrivo a giugno 2013: Viola è quasi pronta.
Manca solo la supervisione degli ultimi capitoli.
Ma poi esce il concorso “Il mio esordio” scadenza 6 agosto.
Poco più di un mese per provare a far debuttare Viola. Penso ci provo o no?
Decido per un sì, pensando che anche se Viola parteciperà con le all star slacciate e magari la frangetta spettinata, vale la pena provare lo stesso.
Devo però trovare un nome alla sua storia.
Scrivo una lista lunghissima di titoli di cui, ovviamente, non me ne piace nessuno.
Alla fine gioco con facebook e vince “Viola, vertigini e vaniglia”.
Ci siamo, Viola è stata battezzata.
Le manca ancora “un abito adatto” ma per fortuna a quello pensa la “fatina” Mary, impareggiabile grafica e creativa che crea una collezione intera di copertine, una più bella dell’altra.
La scelta ricade sulla più semplice e colorata, perché in fondo a Viola piacerebbe così…
E parte l’avventura del mio esordio. Non senza qualche intoppo.
Il romanzo va on line in maxi formato A4, e con qualche refuso, ma del resto Viola non è mai stata perfetta.
Perché in fondo, come dice la cugina archistar, ad essere troppo perfetti un po’ ci si annoia…











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