18 maggio 2013

Salone del Libro


Al Salone del Libro di Torino a dieci anni sono andata la prima volta insieme a mia madre e il suo fidanzato di quindici anni più giovane.
Poi alle medie con il gruppo del catechismo, ci avevano portati dalla campagna, una gita. Non guardavo niente, solo il ragazzo che mi piaceva, aveva dei jeans gialli e una camicia con le zucche.
Al liceo si andava con gli zaini vuoti per rubare i libri. Lo stand Feltrinelli era quello preso di mira, all'epoca mi piacevano Murakami e Banana Yoshimoto.
Poi nel 2007 ho cominciato a lavorarci, i corsi di scrittura per le scuole. Incontravo tutte quelle persone sparpagliate, che in quei cinque giorni di maggio si rivedono sempre, a Torino.
Insomma, venti edizioni di Salone del Libro, questa è la prima che non ci sono. Leggo, via internet, delle feste, le lamentele della confusione, le solite cose.
Allora per lenire la mancanza di non esserci, perché di fatto mi manca non esserci, oggi sono partita e ho camminato dei chilometri per cercare qualcosa che mi facesse sentire un collegamento, una specie di rituale, qualcosa che facevo sempre in quell'occasione. 
E una cosa che facevo sempre, appena arrivavo al Salone, il giovedì, era affrettarmi subito a prendere un hot dog, da quei banchetti con la tenda a righe gialla e rossa. 
Insomma, oggi sono partita per cercare un hot dog. Solo che a Marseille pizze e kebab non mancano, hot dog invece non se ne trovano. Così ho camminato fino alla Joliette per trovare questo hot dog. 
Poi siccome devo finire una traduzione alla svelta, dopo il panino sono tornata subito a casa veloce. 
Dai piatti nel lavandino ho capito che S. si era preparato un pesce al forno. 
Mi sono messa a tradurre e ho pensato che fregatura, la nostalgia.

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