31 maggio 2013

Il bugiardino di Marco Lazzarotto

Il disegno è di Nicoletta Calvagna

Ecco il terzo bugiardino, di Marco Lazzarotto. 

Marco ha scritto tre romanzi, Le mie cose, (Instar Libri), Lei aveva finito per parlare di altro (Epika Edizioni), e nel 2013 Il ministero della bellezza (Indiana Editore). 

- Marco, quanto scrivi? Tutti i giorni, quando hai voglia, quando hai tempo…?
 Quando sono alle prese con un romanzo, cerco – e ribadisco il «cerco» – di scrivere tutti i giorni, anche se «scrivere» magari può consistere soltanto nel rileggere un paragrafo e cambiare una virgola: l’importante per me è non perdere il contatto con ciò che sto scrivendo, rimanervi sempre immerso.

- Quando decidi di scrivere un romanzo, cominci dall’inizio della storia o butti giù le scene, a seconda di come ti vengono in mente, per poi alla fine montarle tra loro?
 Ho sempre scritto buttando giù le scene che avevo già in mente per poi raccordarle tra loro, ma a essere sincero non è un metodo che consiglio. Spesso i raccordi possono risultare forzati, e magari due scene, nonostante sembrino funzionare singolarmente (e nonostante «mi piacciano»), non è detto che poi funzionino nella stessa sequenza logico-narrativa. E quindi sono obbligatori sacrifici dolorosi, tagli che si rivelano, alla fine, una liberazione.
Nel caso del mio ultimo romanzo, Il ministero della Bellezza, le cose sono andate in maniera un po’ diversa dal solito; la prima stesura è stata molto rapida, procedendo dalla prima scena fino all’ultima. Mi è successo perché sapevo esattamente dove volevo arrivare, quale sarebbe stata la situazione finale del protagonista; purtroppo non mi è sempre stato così chiaro dove volevo arrivare, e infatti ho un romanzo che si è perso per strada, iniziato dopo l’uscita di Le mie cose (2008).

- Come procedi? Inizialmente scrivi di getto senza badare alla forma, oppure curi lo stile capitolo per capitolo?
 Scrivo in una via di mezzo: di getto badando alla forma. Ma essendo un gran praticante della riscrittura, se non sono soddisfatto di una parola, una frase, un paragrafo, li metto in grassetto e mi prometto di ritornarci su in futuro. Non temo la pagina bianca: butto giù qualcosa, qualsiasi cosa, tanto si può riscrivere, no?

- Quante revisioni hai fatto per Il ministero della bellezza? Cosa significa, per te, fare delle revisioni, come lavori?
Come dicevo, ho scritto una prima stesura del Ministero in tempi record, a un punto tale che non ricordo più questa prima fase: Il ministero è stato soprattutto un lavoro di riscrittura. Ma non tanto per quel che riguarda lo stile: ad esempio, la prima parte non mi convinceva, mi sembrava troppo sfilacciata, priva di una direzione, e con un tono diverso rispetto al resto del romanzo.
Un momento importante della revisione è stato quello riguardante i temi. Certo, c’è stato un «tema forte» di cui avevo piena consapevolezza e che mi ha guidato durante la stesura; però il bello della scrittura è che spesso prende il sopravvento e ci porta lontani dalle nostre intenzioni originarie: ecco, a questo punto è importante «interrogare» il testo per capire di che cos’altro parla, e vedere se i nuovi temi emersi sono stati affrontati in maniera sufficientemente chiara, o se hanno bisogno di essere «amplificati». Quando ho «interrogato» Il ministero della bellezza sono venute fuori delle sorprese, e non so quanto sia rimasto del «tema forte» di partenza.
E anche sulla storia ho lavorato e ri-lavorato parecchio. Ho limato ciascun passaggio cercando di fare in modo che, per riprendere un’espressione che ho appena usato, la «sequenza logico-narrativa» funzionasse, eliminando tutti i momenti «gratuiti», che poco aggiungevano alla storia; Le mie cose ne era pieno, anzi, erano la principale cifra stilistica, ma con Il ministero volevo fare qualcosa di diverso, di più compatto.
Credo di essere arrivato a sei revisioni, più le due che ho fatto insieme a Indiana; la maggiore difficoltà, che fino all’ultimo ci ha lasciato una sensazione d’insoddisfazione, è stata individuare l’incipit giusto…

- E alla fine, come hai scelto il titolo del libro? Ci racconti proprio il momento in cui ti è venuto in mente, o ti è stato suggerito?
 Per me i titoli sono sembra un problema. Le mie cose, per esempio, si chiamava Ho sposato un vomitista. Adesso mi sembra scontato, come se quel romanzo non potesse intitolarsi in altro modo, eppure all’epoca non fu facile arrivare a quella conclusione. Diverso è stato il discorso di Il ministero: con l’editore ci siamo trovati subito d’accordo. Io lo avevo usato come titolo di lavorazione, la casa editrice me l’ha proposto dopo una riunione alla quale non ero presente. Ci siamo trovati; d’altra parte è l’elemento centrale del romanzo, e credo sia sufficientemente «strano» per attirare un potenziale lettore.


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