11 aprile 2013

Raté

Qualche settimana fa un amico si è definito, da solo, un écrivain raté. "Il mio libro l'abbiamo letto solo io, mia madre e il libraio", ha detto. 
Raté, ieri ho poi chiesto conferma a Nicolas, vuol dire fallito, mancato.
Allora ho pensato a questa cosa che dice Manganelli in Il rumore sottile della prosa.

"E' noto, anzi addirittura ovvio, che se il successo è gratificante, l'insuccesso, se bene amministrato e vissuto, lo è anche di più. Un best- seller è certamente un libro cordiale, comunicativo, coinvolgente e sciarmoso; è un libro che parla a "tutti"; ma un worst-seller può essere un libro delicatamente scostante, afono, schivo, un libro che dà del "lei" e si rivolge a pochi, pochissimi, nessuno. Beckett cominciò con libri stampati in trecento copie, e arrivò al Nobel".

Sarà una combinazione, ma il libro di quel mio amico, l'écrivan raté, a me è piaciuto parecchio di più di quell'altro, uscito da poco, che ha scritto uno scrittore famoso. Eppure è uno scrittore famoso, che scrive tra Roma, New York e Parigi, dice la quarta del libro. 
Invece l'écrivain raté, sulla quarta, ha scritto: sono nato a Marseille nel 1969 e questo è il primo libro che scrivo.

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