24 marzo 2013

Velso Mucci in anteprimissima, 67 anni dopo


C'è una persona (A. A.) con cui ho lavorato che sta portando avanti una grande ricerca su uno scrittore bravo ma poco conosciuto, Velso Mucci, uno scrittore piemontese dei primi anni del Novecento. 
Nel 2012 questa persona è riuscita a fare ripubblicare da Scalpendi Editore il suo romanzo più importante L'uomo di Torino, edito per la prima volta, postumo, nel 1967 da Feltrinelli
Ora, sempre questa persona (A. A.) con cui ho lavorato, che è qualcuno di una tenacia rara, sta raccogliendo tutti gli scritti inediti e dispersi di Velso Mucci per farne una grande volume
Cosa penso.

- Penso che mi sembra bellissimo che qualcuno ( A. A.) dedichi il proprio tempo per fare riscoprire uno scrittore importante che altrimenti, forse, sarebbe andato perduto. (A. A. è un dottore, si dedica a Mucci nel tempo libero, poco).
- Mi sembra bellissimo che questo qualcuno abbia un poco accantonato la storia che stava scrivendo (e che gli fa prudere la testa) per dedicarsi al lavoro di un altro scrittore. Mi sembra generoso, e umile. 
- Poi penso che tutto questo lavoro in realtà sia un grande allenamento per quello che sarà il suo romanzo.
- E insomma, sono molto contenta di avere "accompagnato" qualcuno che ora sta facendo qualcosa di grande.

Adesso, per farla breve, l'altro giorno questa persona mi ha mandato un breve estratto di Velso Mucci. Lo metto qui, in anteprimissima. Anche se in realtà la cosa è stata scritta nel 1946.

Il romanzo è una scatola di tempo. La sua natura è quasi di una geome­tria del tempo psichico. Perciò il ro­manzo non è, a rigore, un'arte letteraria, ma un'arte psicologica che si ser­ve del linguaggio in modo affatto par­ticolare. Affiggere sulla carta, sovrappo­nendole, con le parole molte e varie condizioni del tempo fuse in un sen­timento del tempo. La funzione della lingua, nel romanzo, è di non compa­rire: né bella (ché sarebbe poema in prosa) né brutta (ché la cosiddetta pro­sa d'arte o prosa lirica e la prosa sciatta e volgare, disturberebbero comunque l'espressione propria del romanzo). La lingua dev'essere il sostegno del tem­po. Un romanzo scritto male, imbroglia la sua stessa espressione; scritto troppo accuratamente bene, trasporta su altro l'attenzione. Scritto bene dev'essere, ri­guardo alla generalità della lingua, per non distogliere con scorrettezze forma­li; e riguardo alla sua essenza propria, scritto bene non significa semplicemente corretto, ma bene in funzione del tempo, appuntato nei suoi vari momenti sulla carta. La lingua, come tale, scom­pare.



(Velso Mucci su Alfabeto – quindicinale di arti scienze e lettere”, Roma,  31 agosto 1946) 

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